L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping del 30 ottobre in Corea del Sud, non ha suscitato i clamori mediatici che ci saremmo potuti aspettare. Eppure, dietro gli accordi raggiunti si nasconde una dinamica geopolitica rivelatrice.
Ci sono momenti in cui le grandi potenze mostrano con chiarezza che sotto la superficie qualcosa sta cambiando. L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, tenuto a Busan il 30 ottobre durante il vertice APEC coreano, appartiene a questa categoria: non tanto per gli annunci ufficiali, quanto per ciò che si è intravisto dietro le frasi di circostanza.
I due leader hanno concordato una pausa nella guerra commerciale rilanciata da Trump pochi mesi fa. Quella tregua, però, non è il cuore della vicenda. L’aspetto decisivo riguarda la dimostrazione, ormai evidente, che la Cina è in grado di fronteggiare gli Stati Uniti da pari. Non è un dettaglio: è un passaggio storico.
Pechino ha assorbito senza cedimenti la pressione economica americana e ha risposto facendo leva alla catena di approvvigionamento globale che Washington non controlla più, prendendo in mano l’intero settore delle terre rare e dei magneti — componenti essenziali per una quantità incalcolabile di prodotti civili e militari — e li ha trasformati in strumenti di pressione. Gli Stati Uniti, dopo decenni di delocalizzazioni e dipendenze accumulate come se non dovessero mai avere conseguenze, non hanno saputo reagire.
Se un domani qualche storico dovesse indicare il momento in cui la Cina ha raggiunto gli Stati Uniti sul piano geopolitico, potrebbe scegliere proprio la parabola della guerra commerciale di Trump. Una sfida lanciata senza preparazione, priva di una strategia di lungo periodo, che ha finito per evidenziare più i limiti americani che le forze di Pechino.
Il tempismo rende tutto più rilevante. Siamo nel mezzo di quello che molti analisti considerano il decennio decisivo: gli anni che stabiliranno se gli Stati Uniti saranno ancora in grado di mantenere un vantaggio economico, tecnologico e militare sulla Cina. L’amministrazione Trump ha promesso di invertire la rotta, ricostruire la base industriale, riportare la produzione in patria. Ma il summit di Busan rischia di indebolire proprio quella missione.
Trump ha presentato l’incontro come una sorta di “G2”, mettendo in secondo piano gli alleati che gli Stati Uniti avrebbero bisogno di coinvolgere per bilanciare l’ascesa cinese. E, soprattutto, ha mostrato a Pechino che le sue contromisure funzionano. Un errore che rischia di trasformare il negoziato in una leva permanente nelle mani di Xi.
Tutto parte da febbraio, quando Trump ha riaperto la guerra dei dazi che lui stesso aveva avviato nel primo mandato. Le tariffe sulle importazioni cinesi hanno superato il 140%, senza che nessuno alla Casa Bianca valutasse prima le vulnerabilità americane né rafforzasse le catene di fornitura. Mentre Washington si muoveva a tentoni, Pechino si preparava da anni a un’escalation del genere.
Quando Xi si è trovato con le spalle al muro, ha scelto l’opzione più drastica: ad aprile ha interrotto l’export di terre rare e magneti verso gli Stati Uniti. Era un passo che sotto Biden non aveva mai voluto compiere. Una mossa rischiosa, è ovvio, ma calcolata. Xi ha scommesso che Trump avrebbe ceduto. E aveva ragione: nel giro di un mese i dazi venivano ridotti e il tono si ammorbidiva.
La Cina, rinfrancata, ha alzato ulteriormente la posta in ottobre con un regime di licenze che, se attivato, avrebbe costretto qualunque azienda del mondo a chiedere il permesso di Pechino per utilizzare anche quantità minime di terre rare. Un’arma puntata alla testa dell’industria globale, non solo americana.
Davanti a quella minaccia, l’amministrazione Trump aveva valutato misure radicali: nuove restrizioni sui chip, sanzioni finanziarie, iniziative in grado di far capire a Pechino che la pressione ha un costo. Ma Trump ha preferito tornare nella sua zona di comfort: i dazi. Uno strumento logoro, per di più già indebolito dalla sua stessa retromarcia primaverile. A Busan, quell’indecisione si è tradotta in una serie di concessioni che hanno lasciato la Cina in una posizione di forza.
Il bilancio è evidente. Pechino ha ripreso gli acquisti di soia americana, ma a volumi inferiori rispetto al passato. Ha rinviato il nuovo sistema di licenze sulle terre rare di un anno, ma ormai il messaggio è passato: può attivarlo quando vuole. Washington, spaventata da questa incertezza, ha già sospeso alcune restrizioni all’export tecnologico. E la riduzione dei dazi americani, concessa in cambio dell’ennesimo impegno cinese contro i precursori del fentanyl, ha accorciato ulteriormente la distanza tariffaria con gli alleati degli Stati Uniti, riducendo gli incentivi delle imprese americane a diversificare davvero le forniture.
Le conseguenze non si fermeranno al commercio. Gli alleati guardano a Washington con una domanda inevitabile: se gli Stati Uniti vacillano nei rapporti con la Cina, come potranno sostenere il peso di un confronto più ampio? E a Pechino potrebbe venire la tentazione di testare la determinazione americana su Taiwan o su altri dossier, forte della consapevolezza di avere in mano diversi punti di pressione. La produzione farmaceutica, per esempio: la Cina domina la filiera di molti principi attivi essenziali, inclusi antibiotici usati quotidianamente negli ospedali occidentali.
C’è un vecchio insegnamento che i generali hanno imparato a caro prezzo: non si invade la Russia in inverno. L’equivalente economico, oggi, è altrettanto semplice: non si avvia una guerra commerciale con il principale fornitore dei tuoi materiali strategici senza avere già in mano alternative credibili. Trump lo ha fatto, convinto che la politica potesse sostituire la strategia.
Il risultato è una Cina più assertiva e un’America più esposta. Per competere davvero serve una visione di lungo periodo, una capacità di reggere l’urto, e la disciplina necessaria per capire quando l’escalation è utile e quando diventa un autogol. Pechino questo approccio lo ha coltivato negli anni della sua relativa debolezza. Trump — e con lui gli Stati Uniti — sembra accorgersene solo adesso.
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