Nvidia ha sfondato i cinquemila miliardi di dollari di valore di borsa. Ma i numeri raccontano solo una parte della storia di Jensen Huang, l'uomo che produce i chip più avanzati del pianeta.

C’è un momento preciso in cui un’azienda smette di essere semplicemente un’azienda e diventa qualcos’altro. Per Nvidia quel momento è arrivato a fine ottobre, quando il suo valore di borsa ha sfondato i cinquemila miliardi di dollari. Per capirci: se li volessimo contare in monetine da un centesimo, ci servirebbero 86mila piscine olimpioniche per contenerli tutti. Oppure potremmo riempire il Colosseo quasi tremila volte. ChatGpt, quando gli ho chiesto di visualizzare quella cifra, mi ha risposto con l’immagine di un grattacielo da 200 piani con una base larga 600 metri per lato.

Ma i numeri, per quanto vertiginosi, raccontano solo una parte della storia. Quello che sta succedendo è che l’azienda di Jensen Huang – l’uomo che produce i chip più avanzati del pianeta – è diventata una pedina centrale nella strategia diplomatica degli Stati Uniti. Non solo economica: proprio diplomatica, nel senso più classico del termine.

La traiettoria di Jensen Huang è quella tipica dell’immigrato che ce l’ha fatta, solo che stavolta la posta in gioco è talmente alta da aver ridisegnato il modo in cui Washington guarda al mondo. Nato a Taiwan da un ingegnere chimico e un’insegnante, a cinque anni la famiglia si sposta in Thailandia. Ma i genitori fiutano aria di disordini politici e decidono di mandare lui e il fratello maggiore negli Stati Uniti, da soli. Più tardi si riuniranno tutti alla periferia di Portland, in Oregon, dove Huang cresce e studia. Nei primi anni ottanta si laurea in ingegneria elettrica all’Oregon State – all’epoca non c’era nemmeno un corso di informatica – e trova lavoro all’AMD, Advanced Micro Devices, oggi una specie di parente povero della Intel.

Nel 1993 decide di mettersi in proprio e fonda Nvidia. All’inizio è tutta schede grafiche per videogiochi. Poi arriva l’intuizione che cambia tutto. Huang capisce che le unità di elaborazione grafica – le Gpu – possono fare molti calcoli in parallelo, un’architettura che si rivelerà perfetta per addestrare le reti neurali dell’intelligenza artificiale. Praticamente ha costruito l’infrastruttura del futuro prima ancora che il futuro arrivasse.

Il rapporto con Trump parte in salita. Jensen Huang non è tipo da frequentare i corridoi di Washington e i suoi tentativi di bloccare le restrizioni sulle vendite di chip alla Cina vengono respinti senza troppi complimenti. Poi succede qualcosa. Huang impara a parlare l’unica lingua che Trump capisce davvero: quella dei soldi. Ad aprile annuncia che investirà 500 miliardi di dollari negli Stati Uniti per costruire impianti e rafforzare la produzione domestica di chip. È il gesto che serve. Trump inizia a vedere in lui un alleato fondamentale per il rilancio dell’industria americana e, soprattutto, per ridisegnare le alleanze internazionali.

Da lì in poi è un crescendo. Huang accompagna Trump nelle missioni all’estero. In Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti chiude vendite per oltre 200 miliardi di dollari tra chip e tecnologie. Trump lo presenta come il simbolo vivente della sua politica industriale. Il valore dell’azienda esplode: un mese fa Nvidia diventa la prima compagnia della storia a superare i cinquemila miliardi, e pochi giorni dopo ha annunciato ricavi del terzo trimestre da 57 miliardi di dollari, sopra le attese.

Ma è qui che la storia si fa interessante dal punto di vista geopolitico. I chip Nvidia sono diventati moneta diplomatica. Nei negoziati tra Armenia e Azerbaigian, nell’ingresso del Kazakistan negli accordi di Abramo in Medio Oriente, ovunque ci sia da stringere un’intesa Washington porta sul tavolo data center, collaborazioni sull’intelligenza artificiale, accesso alla tecnologia di Jensen Huang. È lo stesso schema che gli Stati Uniti usarono dopo la seconda guerra mondiale con il nucleare: offrirono la tecnologia più avanzata in cambio di allineamento politico.

Ovviamente questo genera tensioni. Huang ha sempre sostenuto un approccio più morbido verso la Cina. Il suo ragionamento è semplice: se blocchi le esportazioni di chip avanzati troppo duramente, costringi Pechino a sviluppare una produzione propria. Nel lungo periodo perdi il vantaggio tecnologico e anche i profitti. Quando Trump ha fatto capire di voler vendere alla Cina la nuova generazione di chip Nvidia – i Blackwell – il Congresso e l’apparato di sicurezza nazionale hanno reagito talmente male da costringerlo a fare marcia indietro, temendo che quei chip potessero potenziare in modo decisivo le capacità militari cinesi.

Ma c’è un rischio ancora più grande, e stavolta è strutturale. Nvidia è diventata il perno dell’intera economia tecnologica globale. Sull’Atlantic, Matteo Wong e Charlie Warzel hanno scritto che “gli Stati Uniti sono ormai una sorta di ‘stato Nvidia’”. I data center si moltiplicano e consumano energia come intere città. Tre quarti dei guadagni dell’indice S&P 500 legati all’intelligenza artificiale vengono da aziende che dipendono dai suoi chip. L’AI contribuisce alla crescita del Pil americano più di tutti i consumi messi insieme.

Questa concentrazione crea una fragilità pericolosa. I data center richiedono investimenti colossali, finanziati con strumenti finanziari sempre più complessi e rischiosi. Ma i ricavi delle AI restano modesti e incerti. OpenAI, con ChatGpt, finora ha perso più di quanto ha guadagnato. Microsoft e Meta hanno registrato miliardi di costi senza ritorni proporzionati. E poi c’è il problema dell’obsolescenza: i prodotti Nvidia diventano vecchi ogni pochi anni, il che costringe l’intero sistema a continui reinvestimenti.

In caso di crisi – un rallentamento delle AI, un crollo dei titoli tecnologici, anche solo una riduzione nel ritmo di innovazione dei chip – potrebbero saltare data center, fondi d’investimento, aziende e risparmiatori. Gli analisti lo paragonano già al 2008. Solo che questa volta non sono i mutui subprime: è l’intera economia digitale.