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Oggi è il 07 Dicembre e mancano 44 giorni all'insediamento.
Buongiorno reader e bentornato a ROAD TO USA 2024, la newsletter settimanale di Avada Author con gli approfondimenti, l'analisi delle notizie e le storie più interessanti della campagna elettorale americana.

COSA FARÀ IL PARTITO DEMOCRATICO

La sconfitta del 5 novembre per il Partito Democratico è uno spartiacque più che un semplice incidente di percorso. Non si tratta solo di capire come affrontare i prossimi quattro anni con Trump alla Casa Bianca e i Repubblicani in controllo del Congresso. La posta in gioco è più alta: i Democratici devono decidere chi vogliono essere, per chi vogliono parlare e come intendono riconquistare la fiducia di un elettorato che sembra sempre più distante dalle loro proposte. Le risposte a queste domande non influenzeranno solo il ciclo elettorale del 2028, ma potrebbero ridefinire il ruolo della sinistra americana per una generazione.
UN’OPPOSIZIONE LONTANO DA WASHINGTON
Diluvio di Stephen Markley
Il governatore dell'Illinois J.B. Pritzker
In queste settimane che precedono l’insediamento di Trump, i Democratici stanno già iniziando a tracciare le prime linee di quella che sarà un’opposizione per contrastare le politiche presidenziali. Ma farlo non sarà facile, perché i margini di manovra a Washington sono strettissimi. La situazione, infatti, è diversa rispetto al primo mandato di Trump: i Repubblicani controllano sia la Camera dei Rappresentanti che il Senato, e questo riduce enormemente i margini di manovra per i Democratici a Washington. Qualche trappola legislativa alla Camera, dove la maggioranza repubblicana è risicata, e un po’ di ostruzionismo al Senato sono le uniche armi dirette che il partito può usare. Ma non bastano: sono strumenti limitati e insufficienti per un’opposizione efficace.

La vera opposizione, quindi, si sposterà lontano dalla capitale, specialmente negli stati governati dai Democratici, quelli che rischiano di più dalle politiche di Trump. La California sarà il centro del dissenso. Il governatore Gavin Newsom è in prima linea: ha già incontrato Joe Biden per chiedergli di proteggere l’agenda politica dello stato dai probabili attacchi di Trump. In ballo ci sono questioni cruciali come la crisi climatica e i diritti LGBTQ+, e Newsom teme che Trump usi questi temi per fare pressione politica, magari tagliando i fondi federali per i disastri naturali se lo stato non darà maggiori concessioni agli agricoltori o non si allineerà su altri temi caldi, come l’energia e i trasporti.

Accanto a Newsom si stanno muovendo altri governatori, come J.B. Pritzker dell’Illinois e Jared Polis del Colorado, che hanno creato una coalizione per difendere le istituzioni democratiche e contrastare i rischi di autoritarismo. È chiaro che questi governatori non stanno solo pensando a bloccare Trump: stanno costruendo una piattaforma per farsi conoscere a livello nazionale, in vista di un futuro in cui il Partito Democratico avrà bisogno di nuovi leader.
SUL LUNGO PERIODO
Cosa faranno i Dermocratici?
Il governatore della California Gavin Newsom
Oltre alle questioni ambientali, ci saranno battaglie feroci sull’immigrazione, con Trump deciso a costringere stati e città a collaborare al suo piano di espulsioni di massa, pena il blocco dei fondi federali. Sul fronte dei diritti civili, infine, Trump ha dichiarato di non voler imporre un divieto nazionale, ma il suo ritorno alla Casa Bianca ha galvanizzato gli attivisti antiabortisti. Gli stati democratici risponderanno rafforzando ulteriormente le protezioni per le donne, opponendosi all’ondata conservatrice che la vittoria di Trump ha rinvigorito in tutto il paese anche accogliendo le persone provenienti da stati dove l’aborto è già vietato o fortemente limitato.

Le aree di conflitto con l’amministrazione Trump saranno molteplici e profonde. La crisi climatica sarà al centro del dibattito: Trump ha già lasciato intendere che tenterà di smantellare buona parte delle politiche ambientali approvate da Biden, compresi gli incentivi per i veicoli elettrici e le normative contro le emissioni. Per stati come la California, leader nelle energie rinnovabili, questo rappresenta una minaccia diretta non solo per l’ambiente, ma anche per l’economia.

C’è poi il tema dell’immigrazione, un altro fronte destinato a ingrandirsi col passare del tempo. Trump è deciso a rilanciare politiche aggressive contro i migranti irregolari e ha già avvertito che bloccherà i fondi federali per le giurisdizioni che non collaboreranno con il governo federale. In stati democratici, dove le politiche di accoglienza e le cosiddette sanctuary cities sono punti fermi, questo scontro rischia di radicalizzarsi ulteriormente.

Molti di questi conflitti finiranno nei tribunali, come era successo durante il primo mandato di Trump. All’epoca, la strategia dei Democratici funzionò: la maggior parte delle cause contro l’amministrazione fu vinta grazie a provvedimenti scritti male e a un sistema giudiziario meno polarizzato. Oggi, però, il quadro è diverso. Negli anni della sua prima amministrazione, Trump ha nominato decine di giudici conservatori trasformando l'intero sistema giudiziario federale. La Corte Suprema, in particolare, è ora solidamente orientata a destra, rendendo molto più difficile ottenere vittorie legali.
SCONTRI SU PIÙ FRONTI
Il Golden Gate Bridge di San Francisco
Quando il governatore della California ha dichiarato che lo stato compenserà eventuali tagli agli incentivi per le auto elettriche decisi dall’amministrazione Trump, sembrava una mossa in linea con la tradizione ambientalista californiana. Ma c’è un dettaglio che ha acceso subito un dibattito: gli incentivi statali, a differenza di quelli federali, escluderebbero Tesla, ufficialmente per favorire i produttori più piccoli. Ed è qui che la logica vacilla.

La motivazione sembra quantomeno bizzarra. Tesla non è solo il produttore di auto elettriche più importante al mondo, ma anche l’unica azienda che produce veicoli elettrici in California, con uno stabilimento a Fremont che dà lavoro a ventimila persone. È un dato che Ro Khanna, deputato californiano molto vicino alle posizioni progressiste, non ha esitato a sottolineare con una certa esasperazione, accusando il governatore di penalizzare un settore cruciale per l’economia dello stato. Perché privare Tesla di un sostegno che potrebbe essere reinvestito in innovazione, occupazione e competitività?

La spiegazione più plausibile non riguarda l’ambiente, ma la politica. Escludere Tesla sembra un tentativo di guadagnare consenso presso quella fetta di elettorato democratico più critica nei confronti di Elon Musk, un personaggio che, negli ultimi anni, si è posizionato sempre più lontano da molte battaglie progressiste. Una decisione che sa tanto di politica californiana nella sua forma più esasperata: provvedimenti simbolici, più che pratici, utili a segnalare appartenenza a un certo tipo di ideologia, anche a costo di danneggiare un settore strategico.

Ma il contesto politico del 2024 non è quello del 2016. Allora, l’attivismo progressista, galvanizzato dalla sconfitta di Hillary Clinton e dall’elezione di Trump, aveva trovato forza in un’ondata di indignazione e partecipazione senza precedenti. Oggi, la situazione è diversa. Gli elettori sembrano più stanchi che arrabbiati, e l’entusiasmo per iniziative troppo ideologiche o partigiane si è notevolmente ridimensionato. La frammentazione della sinistra e la perdita di appeal dei gruppi più radicali si sono riflessi anche nei risultati elettorali: la loro capacità di trascinare il Partito Democratico sembra in calo.

A dimostrarlo è il calo di interesse per le grandi mobilitazioni di piazza e per i media progressisti. Mentre Fox News continua a mantenere ascolti solidi, i network vicini al Partito Democratico soffrono, segno che la narrativa della resistenza a tutti i costi non funziona più come un tempo. La gente vuole soluzioni concrete, non battaglie simboliche che spesso si traducono in provvedimenti inutili o, peggio, controproducenti.
RISCHIO ISOLAMENTO
I democratici non hanno capito le ragioni della disaffezione della classe operaia
Ma opporsi frontalmente a Trump non è privo di rischi, soprattutto per il Partito Democratico. Stati come la California e New York, che dovrebbero guidare la resistenza, sono anche quelli dove sta crescendo il malcontento verso le amministrazioni locali, dominate da anni dai Democratici. I problemi abitativi, l’inefficienza dei trasporti pubblici, le disparità economiche e l’alto costo della vita stanno spingendo sempre più persone a trasferirsi in stati repubblicani tipo Texas e Florida.

Questo non è solo un problema di gestione locale: è un disastro politico. Più persone lasciano gli stati democratici, meno rappresentanza avranno al Congresso e nel Collegio Elettorale, alterando gli equilibri di potere per decenni.

Secondo le ultime proiezioni, il censimento del 2030 potrebbe portare a un’ulteriore perdita di seggi per stati democratici come la California e New York, mentre stati repubblicani come Texas, Florida e Georgia continueranno a guadagnare peso politico. Questo trend demografico riflette un problema più ampio: se il Partito Democratico si concentra troppo sulla politica nazionale e sempre meno sulle preoccupazioni della maggioranza degli americani, la tendenza potrebbe peggiorare.

QUALE FUTURO PER I DEMOCRATICI?

Un’immagine di...
Il vero nodo, però, riguarda il futuro del Partito Democratico. C’è consenso sul fatto che gli attacchi a Trump non siano più sufficienti per vincere. Bisogna offrire una nuova visione politica, capace di parlare alla classe media e alla classe operaia, le due categorie che il partito ha progressivamente perso per strada. Ma su come farlo, le opinioni divergono.

Alcuni ritengono che il partito debba abbandonare le battaglie identitarie su immigrazione, diritti LGBTQ+ e crisi climatica, concentrandosi su questioni più universali come il lavoro, l’accesso alla sanità e la riduzione delle disuguaglianze. Altri, invece, credono che la risposta sia raddoppiare gli sforzi su questi temi, ma tornando a mobilitare gli elettori dal basso, come ai tempi della campagna di Obama. Nel frattempo che si capisce come comportarsi, si è lasciato campo libero ai Repubblicani.

Non è la prima volta che il Partito Democratico si trova davanti a un problema del genere. Questa crisi ricorda quanto accaduto nel 2004, quando la sconfitta di John Kerry costrinse i Democratici a rivedere completamente la loro strategia, con i Democratici - allora come oggi - incapaci di parlare all’America profonda. Quella crisi, però, aprì la strada a Barack Obama il cui messaggio di cambiamento fu capace di conquistare un elettorato stanco delle vecchie formule. Oggi, il Partito Democratico si trova di fronte a un bivio simile. Serve una nuova leadership capace di riempire il vuoto lasciato da Biden e Harris, e un nuovo messaggio che parli non solo ai fedelissimi, ma a chi, in questo momento, si sente dimenticato.

L’opposizione a Trump sarà il primo banco di prova. Ma per tornare a vincere, i Democratici dovranno fare molto di più: dovranno ritrovare un’identità e una missione che sappiano parlare al cuore dell’America, non solo alle sue coste.
KAMALA HARRIS È TORNATA
Kamala Harris
Kamala Harris torna dalle vacanze
In questo panorama arriva anche Kamala Harris, che, dopo una pausa alle Hawaii, ha fatto sapere di avere ancora ambizioni politiche. Il suo staff, sempre attento a curare la narrazione pubblica, ha fatto sapere che sta guardando avanti, immaginando nuovi ruoli di leadership. Due ipotesi sembrano sul tavolo: candidarsi a governatrice della California nel 2026, o puntare di nuovo alla Casa Bianca nel 2028. Due strade molto diverse, ma entrambe ambiziose e potenzialmente cruciali per il futuro del Partito Democratico.

E il suo staff si è mosso in modo strategico, scegliendo di raccontare i retroscena della campagna a Pod Save America, uno dei podcast più seguiti dall’elettorato democratico. È lì che alcuni dirigenti del suo comitato elettorale hanno proposto un’analisi del voto a metà tra il mea culpa e la difesa d’ufficio.

Secondo quanto emerso, il team di Harris ha riconosciuto che ci sono stati errori di comunicazione e strategie poco efficaci nel far emergere il suo profilo. Harris è stata spesso vista come una figura di supporto a Biden, piuttosto che come una leader autonoma e carismatica. E nella politica americana è un problema: gli elettori vogliono personalità forti, riconoscibili, capaci di ispirare. Inoltre, il comitato ha ammesso che non è stata sfruttata appieno la sua capacità di connettersi con alcuni segmenti chiave dell’elettorato, come le donne giovani e le minoranze, gruppi dove poteva fare la differenza.

Non tutto però è stato un disastro. Harris ha mantenuto una base di sostenitori leali e ha saputo evitare gli scivoloni che avrebbero potuto compromettere del tutto la sua posizione. La scelta di partecipare al podcast, inoltre, dimostra che lei e il suo team sanno dove andare a cercare consenso: tra i giovani, i progressisti, e chi segue la politica con attenzione ma non ama le dinamiche tradizionali dei talk show televisivi.

Guardando avanti, le opzioni per Harris sono tutt’altro che semplici. La candidatura a governatrice della California nel 2026 potrebbe sembrare naturale: è il suo stato, ha una lunga carriera politica radicata lì e sarebbe una posizione di grande rilievo. Ma la politica californiana è estremamente competitiva, e Harris dovrebbe affrontare una campagna elettorale dura, con il rischio di finire schiacciata tra altri contendenti forti.

La Casa Bianca, invece, è un obiettivo più ambizioso ma ancora più rischioso. La sconfitta contro Trump ha lasciato il Partito Democratico in uno stato di confusione e divisione, e Harris non è universalmente amata né all’interno del partito né tra gli elettori. Ma se giocasse bene le sue carte nei prossimi anni, potrebbe riposizionarsi come una figura capace di unire tutte le anime liberali e attirare voti cruciali tra le minoranze e le donne. Dovrebbe però lavorare molto sul suo messaggio politico e sulla sua immagine pubblica, cercando di recuperare quel carisma che in passato l’aveva portata sotto i riflettori.

Harris è in una posizione delicata ma non senza speranza. La sua carriera politica è stata spesso sottovalutata, eppure ha dimostrato più volte di sapersi reinventare e di saper cogliere le opportunità. Molto dipenderà da come gestirà questa fase di transizione e da quanto riuscirà a costruire un legame più autentico e diretto con gli elettori. Per ora, la mossa di rilanciare la sua immagine attraverso un podcast amato dai giovani democratici è un segnale che vuole restare nel gioco. Resta da vedere se sarà abbastanza per tornare davvero al centro della scena politica.
BIDEN GRAZIA IL FIGLIO HUNTER
Joe e Hunter Biden
Il presidente Joe Biden e suo figlio Hunter
Senza dubbio avrete sentito della decisione del presidente Biden di concedere un "perdono totale e incondizionato" a suo figlio Hunter.

I giornali americani per lo più stroncano la grazia presidenziale (tranne l'integerrima Jennifer Rubin: “Il perdono di Hunter non è il problema. Ciò che conta sono le grazie per tutti gli altri”), ma non quella di un padre al proprio figlio, anche se tutti ricordano che fu lo stesso Biden a dire che non si sarebbe intromesso politicamente sulla sentenza. Ma i padri, si sa, non hanno il dono del raziocinio quando si parla dei propri figli.

E allora ecco che ci pensa il New York Times a rimettere tutti in riga.

La grazie presidenziale, annunciata durante il pranzo del Ringraziamento, è stata una mossa che, come ha notato Gail Collins, potrebbe aver suscitato ai commensali reazioni del tipo: “Spero proprio che Joe Biden annunci il perdono per suo figlio.”

Anche se siamo in pieno periodo natalizio, gli editorialisti del New York Times Opinion non sembrano particolarmente inclini al perdono. Le loro reazioni sono state in gran parte critiche: per alcuni, il gesto ha “disonorato” la presidenza; per altri, la grazia è stata “vergognosa” o un “fallimento profondo” e “piuttosto poco raccomandabile”.

Nonostante alcune difese, tra cui quella di Collins che ha tentato di argomentare il gesto come una forma di “grazia di seconda categoria”, la maggior parte dei commentatori sembra considerarlo più un atto di auto-compiacimento, compreso addirittura un commento del comitato di redazione del Post che titola “La grazia di Hunter Biden mina la difesa del sistema giudiziario da parte dei democratici”, ma è il sottotitolo a farci capire che il tacchino del Thanksgiving non aveva colpe: “La grazia di Joe Biden a suo figlio Hunter dà copertura al presidente eletto Donald Trump”.

Douthat, del Times, ha sollevato un ulteriore punto, suggerendo che questa mossa non fa che rafforzare un “cinismo diffuso”, un sentimento che, ormai radicato, difficilmente verrà scalfito da un altro gesto simile da parte di un presidente già impopolare. Eddai, su: ha la sua età, abbiate pazienza! (ma tu, reader, fossi stato al suo posto - 82 anni, carriera politica fatta e finita, ultimi anni a coccolare i nipotini e a bere the freddo in Florida - avresti fatto diversamente?).

Al netto di tutto, la decisione di Biden potrebbe avere conseguenze molto gravi. Molto più gravi.

La Costituzione affida al presidente un potere di grazia ampio e poco regolamentato, teoricamente estendibile persino a se stesso o ai suoi collaboratori, se dovesse scegliere di farlo. Tradizionalmente, molti atti di clemenza avvengono a fine mandato, lontano dai riflettori: Clinton graziò un miliardario suo finanziatore, Bush un suo amico politico corrotto, e Trump diversi collaboratori come Steve Bannon e Paul Manafort.

In politica, i precedenti contano. La grazia concessa da Biden a suo figlio mina la credibilità dei Democratici nel criticare Trump se dovesse fare lo stesso. Trump potrebbe sfruttare questo precedente per giustificare grazie indiscriminate, dai rivoltosi del 6 gennaio ai suoi familiari, rendendo più difficile accusarlo di abuso di potere. Lo ridico: i Democratici hanno perso la credibilità per criticarlo.
COSE DA SAPERE
  • Alcune persone nominate da Trump per far parte del suo governo, hanno subito "minacce violente e antiamericane alle loro vite e a coloro che vivono con loro". Nello specifico, le persone coinvolte hanno subito minacce-bomba e swatting.
  • Pare che il sostegno di Trump a Pete Hegseth, da lui scelto per la carica di segretario alla Difesa, stia vacillando, con il governatore della Florida Ron DeSantis pronto a prenderne il posto.
  • Trump ha scelto l'imprenditore miliardario Jared Isaacman come direttore della NASA (forse perché ha orbitato per ben due volte intorno alla Terra con un volo privato di SpaceX?).
  • Giovedì un terremoto di magnitudo 7.0 ha colpito la California, con epicentro localizzato al largo della costa, a sud di Eureka. La scossa è stata avvertita chiaramente fino alla Bay Area di San Francisco, distante circa 300 chilometri. In seguito al sisma è stato emesso un allarme tsunami, poi revocato dopo circa un’ora. Al momento, non si segnalano vittime o feriti e i danni alle proprietà sembrano limitati. Qui tutti gli aggiornamenti in tempo reale.
  • Mercoledì mattina a Manhattan è stato assassinato Brian Thompson, amministratore delegato di UnitedHealthcare, una delle principali società assicurative sanitarie americane. L’aggressore, vestito di nero e con il volto coperto, gli ha sparato alla schiena e alle gambe, poi è fuggito verso Central Park in bicicletta. La polizia ha diffuso un’immagine del sospetto tratta dalle telecamere di sicurezza del vicino Hilton, dando il via a quella che si preannuncia come un’altra grande caccia all’uomo di quest'anno. Secondo gli investigatori, sui bossoli delle pallottole erano incise parole come "ritardo" e "nega", possibili riferimenti alle pratiche controverse delle compagnie assicurative nel gestire i rimborsi sanitari. Si crede, forse, che il killer abbia avuto qualche disavventura con la UnitedHealthcare e per questo abbia ucciso Thompson.
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