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Oggi è l'11 Gennaio e mancano 9 giorni all'insediamento.
Buongiorno reader e bentornato a ROAD TO USA 2024, la newsletter settimanale di Avada Author con gli approfondimenti, l'analisi delle notizie e le storie più interessanti della campagna elettorale americana.

BUON ANNO!

Eccoci di nuovo, pronti a rimetterci in gioco dopo le festività di Natale e Capodanno, con uno spirito rinnovato e un paio di novità importanti.

Le settimane appena trascorse dovrebbero averci aiutato a recuperare energie e ricalibrare il nostro equilibrio mentale. Almeno, così dicono i motivatori olistici. Più probabilmente, abbiamo solo dormito qualche ora in più e fatto un po’ di sano cazzeggio (sì, si può dire "cazzeggio") tra le strade della nostra città o in qualche posto lontano, che francamente non voglio sapere perché, beh, non sono affari miei :-).

Passiamo alle cose serie. La prima novità è che siamo quasi arrivati al termine di questo viaggio: la prossima sarà l'ultima puntata "normale" di Road to USA 2024. Il 18 gennaio concluderemo ufficialmente, ma il 20 gennaio invierò una newsletter speciale dedicata alla giornata dell’insediamento. Segnatevi la data, potrebbe valerne la pena.

La seconda riguarda me, ma anche voi. Sì, proprio voi che avete reso possibile il successo di questa newsletter. Grazie di cuore per il vostro sostegno, per le innumerevoli domande e per gli spunti di riflessione che mi avete regalato in questi mesi. È stato un viaggio intenso e, se posso dirlo, anche parecchio divertente.

A proposito di novità, ecco la bomba: tra il 18 e il 22 gennaio, uscirà su Amazon il mio libro Make America Great Again - Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Questo volume racconta, analizza e approfondisce ogni aspetto di questa campagna elettorale, andando oltre quanto abbiamo esplorato insieme nella newsletter. È il resoconto di un anno di eventi, decisioni e retroscena che hanno segnato uno dei momenti più importanti della politica contemporanea.
Copertina “Make America Great Again - Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca”
Parliamoci chiaro: le elezioni presidenziali americane non riguardano solo gli Stati Uniti. Ogni quattro anni, il mondo intero si ferma per osservare chi prenderà il timone della più grande economia globale e quali direzioni sceglierà per la politica internazionale. Il risultato influenza tutto: commercio, sicurezza, clima, relazioni transatlantiche. Ignorare queste dinamiche, soprattutto per noi europei, sarebbe un errore madornale. Le decisioni prese a Washington lasciano spesso un’impronta sulla nostra quotidianità, anche se non sempre ce ne accorgiamo.

Alla base di questo libro c’è proprio questa consapevolezza. Ma non solo. Per me, raccontare le elezioni americane non è semplicemente un esercizio di analisi o cronaca: è una vera e propria passione, una chiamata a cui non riesco a resistere. Il fascino di quel sistema elettorale, la spettacolarità delle campagne, il peso delle decisioni e, sì, persino i momenti più grotteschi, tutto contribuisce a renderlo unico.

Ogni elezione è uno specchio del momento storico, sociale e culturale che attraversa il Paese. Quelle del 2024 non hanno fatto eccezione. Come il 2008 con Obama, queste elezioni saranno ricordate come una svolta epocale, un evento destinato a lasciare un segno indelebile nella memoria politica globale.

Gli Stati Uniti sono oggi più divisi che mai. Le spaccature non si limitano alla politica: attraversano la cultura, l’economia, la società, influenzando ogni aspetto della vita quotidiana. Al centro di queste fratture c’è Donald Trump, una figura che non conosce vie di mezzo. Controverso e carismatico, amato e odiato, è probabilmente il personaggio politico più polarizzante dei nostri tempi. La sua ricandidatura non è stata solo un evento politico, ma un banco di prova per l’intera democrazia americana.

Scrivere di Trump e della sua campagna è stato il mio modo di mettere ordine in un anno incredibilmente intenso. È stato anche un esercizio di riflessione: sugli Stati Uniti, sul loro ruolo nel mondo e sulle implicazioni che le loro scelte hanno per tutti noi.

L’obiettivo di questo libro è semplice: raccontare i fatti con onestà, contestualizzarli e provare a offrire uno strumento utile per orientarsi in un panorama complesso. Non ci sono slogan o giudizi affrettati, ma un’analisi che spero possa stimolare una comprensione più profonda di quello che sta accadendo e delle sfide che ci attendono.

In fondo, il ritorno di Trump alla Casa Bianca è molto più di un evento politico. È un’occasione per riflettere sul futuro: degli Stati Uniti, dell’Europa e di un mondo sempre più interconnesso, dove ogni decisione ha conseguenze che vanno ben oltre i confini nazionali.
L'ASSO PIGLIATUTTO
Donald Trump
Torniamo alle cose che contano.

Donald Trump non è ancora ufficialmente tornato nello Studio Ovale, che sta già plasmando il dibattito internazionale con proposte che, se realizzate, potrebbero ridefinire gli equilibri geopolitici.
A poche settimane dal suo insediamento, ha espresso un interesse diretto per l’acquisizione della Groenlandia, il controllo del Canale di Panama e persino l’annessione del Canada come “51° stato” degli Stati Uniti. Proposte che potrebbero sembrare provocazioni, ma che rivelano una visione strategica precisa, con radici nel pragmatismo economico e nella politica di potenza.

La Groenlandia, con le sue vaste riserve di terre rare, rappresenta un punto nevralgico non solo per lo sviluppo tecnologico, ma anche per la sicurezza nazionale. Con l’Artico che si sta trasformando in un teatro di competizione globale tra Stati Uniti, Russia e Cina, l’isola diventa un tassello strategico essenziale. Trump non la vede solo come una risorsa economica, ma come un vantaggio geopolitico da sottrarre all’influenza altrui.

Il Canale di Panama segue una logica simile. Trump lo definisce un “asset vitale”, cruciale per l’economia e la sicurezza statunitense. L’idea è quella di proteggere questa infrastruttura da potenziali interferenze straniere, in particolare dalla Cina, che negli ultimi anni ha investito pesantemente in America Latina. Per Trump, riaffermare il controllo sul Canale significherebbe ribadire la supremazia americana nell’emisfero occidentale.

Queste dichiarazioni si collocano in un momento di grande tensione globale e di incertezza interna. Mentre Trump prepara la sua squadra e definisce le priorità della sua amministrazione, il dibattito politico è ulteriormente complicato da notizie come la decisione di Meta di abbandonare il fact-checking, una scelta che rischia di amplificare la già pericolosa diffusione di disinformazione. Allo stesso tempo, fenomeni culturali e sociali – come il crescente rifiuto della genitorialità da parte di alcune fasce di popolazione – evidenziano una società americana in profonda trasformazione.

Trump, ancora una volta, domina la scena, intrecciando con abilità politica, pragmatismo economico e provocazioni strategiche. Queste mosse non sono semplici gesti simbolici, ma segnali di come intende ridefinire l’America, a partire dalle sue relazioni internazionali. Se queste proposte sono solo l’inizio, i prossimi anni potrebbero riservare cambiamenti significativi non solo per gli Stati Uniti, ma per l’intero ordine mondiale.
PERCHÉ LA GROENLANDIA?
GROENLANDIA
L'aereo di Trump in Groenlandia

Quando Donald Trump ha rilanciato l’idea di “comprare” la Groenlandia, non è stato solo un colpo di teatro. Dietro quella che inizialmente poteva sembrare un’altra provocazione, si nasconde una strategia precisa, che guarda dritto al futuro geopolitico ed economico degli Stati Uniti. La Groenlandia, con le sue distese di ghiaccio e una popolazione che a malapena supera le 56.000 persone, non è solo una remota isola artica. È un pezzo del puzzle globale che tutti i grandi attori internazionali stanno cercando di mettere sotto controllo. E Trump lo sa benissimo.

Perché la Groenlandia? La risposta è semplice: risorse e posizione. Sotto quella coltre bianca si trovano materiali di terre rare, oro, uranio e altre ricchezze che fanno gola a chiunque voglia dominare il mercato tecnologico. Non è tutto: il riscaldamento globale sta aprendo nuove rotte marittime nell’Artico, e chi le controlla avrà in mano una delle chiavi del commercio internazionale. Insomma, non si parla solo di ghiaccio e paesaggi mozzafiato: in ballo c’è una regione cruciale per il futuro dell’economia globale e della sicurezza internazionale.

Trump è tornato sul tema con la stessa determinazione che l’aveva spinto a proporre l’acquisto nel 2019. All’epoca, il governo danese aveva respinto l’idea come assurda, e i meme su internet si erano sprecati. Ma oggi il contesto è cambiato. La Cina, autoproclamata “Stato vicino all’Artico”, sta investendo pesantemente nella regione per rafforzare il proprio ruolo commerciale e politico. La Russia, già presente da anni, ha consolidato la sua posizione con basi militari e infrastrutture strategiche. Gli Stati Uniti, per Trump, non possono permettersi di rimanere indietro.

Non è solo una questione economica: è geopolitica pura. La Groenlandia è un punto nevralgico per controllare le rotte artiche e, di conseguenza, una parte rilevante del commercio globale che passa per quelle acque. Con la base di Thule già operativa sin dal dopoguerra, gli Stati Uniti hanno un piede nell’isola, ma per Trump è chiaro che questo non basta. Vuole di più. Vuole l’intera isola, per garantirsi che nessuno possa mettere in discussione il ruolo di Washington nell’Artico.

E non è difficile capire il perché. L’Artico è il nuovo campo di battaglia tra le grandi potenze, e chi si assicura il controllo avrà un vantaggio strategico senza precedenti. Per Trump, la Groenlandia è un simbolo: una mossa audace per ribadire che l’America è pronta a giocare – e vincere – questa partita. È la stessa mentalità che lo ha spinto a parlare apertamente di altre acquisizioni improbabili, come il Canale di Panama o il Canada come 51° stato. Può sembrare irrealistico, ma il messaggio è chiaro: Trump vuole che il mondo sappia che l’America non si fa da parte.

Il vero punto, però, è che questa non è solo una questione politica o strategica. È una visione di futuro. Il riscaldamento globale sta cambiando il mondo più velocemente di quanto molti siano disposti ad ammettere, e l’Artico è al centro di questa trasformazione. Trump lo sa, e vuole che gli Stati Uniti siano pronti. La Groenlandia, con tutto il suo potenziale, è un tassello fondamentale. Non è un capriccio, ma una dichiarazione di intenti. E se c’è una cosa che Trump sa fare, è attirare l’attenzione del mondo mentre gioca la sua partita.
UN’AMERICA CHE NON CEDE TERRENO
Panama
Trump vuole pure Panama

Chi conosce davvero Trump, sa che certe dichiarazioni - come l’idea di voler prendere il controllo del Canale di Panama - non sono mai casuali. Come già visto con la Groenlandia, anche il Canale di Panama rappresenta qualcosa di molto più grande di un semplice capriccio presidenziale: è un simbolo di potere e un nodo strategico per la supremazia globale. Per capirlo, basta guardare a chi sta già cercando di sfruttare questo “ponte liquido” tra due oceani.

Il Canale è, a tutti gli effetti, uno degli snodi commerciali più importanti al mondo. Circa il 6% del commercio globale passa attraverso queste acque, e il suo valore strategico non è sfuggito a nessuno. Non a caso, la Cina ha investito pesantemente in Panama negli ultimi anni, costruendo infrastrutture e rafforzando la sua presenza nel paese. Per Trump, è un atto di sfida.

La paura che la Cina stia guadagnando terreno in uno dei luoghi più strategici del continente americano è ciò che spinge Trump a rilanciare l’idea di un controllo diretto sul Canale. Non è una mossa nuova: già durante il suo primo mandato aveva ventilato l’ipotesi di “proteggere gli interessi americani” nella regione, senza mai approfondire troppo. Ma ora, con una nuova amministrazione alle porte e un’agenda apertamente orientata a rimettere “l’America al primo posto”, il tono è cambiato.

Trump vede il Canale di Panama come un “asset nazionale vitale”, non solo per la sicurezza americana, ma anche per il futuro economico del paese. La Cina, con la sua Belt and Road Initiative (che noi italiani conosciamo come Via della seta), ha trasformato il commercio globale in un gioco geopolitico, e Panama è uno dei pezzi più ambiti del tabellone. L’idea che Pechino possa sfruttare il Canale per ampliare la sua influenza in America Latina è qualcosa che Trump non può e non vuole ignorare.

Ma c’è di più. Per Trump, il Canale di Panama non è solo un simbolo di potere: è anche un’opportunità politica. Rilanciare l’idea di un controllo diretto è un modo per parlare alla sua base, per mostrarsi come il leader che difende gli interessi americani contro qualsiasi minaccia esterna. È una narrazione che funziona, soprattutto in un contesto in cui molti elettori si sentono traditi da un sistema economico che sembra favorire altri paesi a discapito degli Stati Uniti.

E poi c’è il pragmatismo. Il Canale genera miliardi di dollari ogni anno in pedaggi e attività commerciali collegate. Per il presidente eletto, riportarlo sotto un controllo più diretto significherebbe garantire la sicurezza nazionale e assicurare nuove entrate per un paese che sta affrontando crescenti deficit e sfide economiche. Certo, l’idea di rinegoziare accordi con Panama o di esercitare pressioni per ridurre l’influenza cinese potrebbe incontrare resistenze, ma Trump non è il tipo da tirarsi indietro di fronte a una battaglia, soprattutto quando c’è in gioco qualcosa di così simbolico.

In fondo, l’interesse per il Canale di Panama non è solo una questione di geopolitica o di soldi. È una dichiarazione di forza. Per Trump, il controllo del Canale rappresenta la possibilità di riaffermare il ruolo degli Stati Uniti come potenza dominante su scala globale, non solo in America Latina. È la stessa logica che lo ha portato a parlare della Groenlandia o di altre acquisizioni improbabili: non importa quanto ambiziosa sia l’idea, importa che il messaggio arrivi forte e chiaro.

E così, il Canale di Panama si aggiunge alla lista di obiettivi strategici di un presidente che non ha mai avuto paura di sfidare le convenzioni. Se questo significherà un nuovo scontro con la Cina o un cambio radicale nelle relazioni con Panama, lo scopriremo presto. Ma una cosa è certa: Trump ha già messo il mondo in allerta, e Panama è diventato un’altra tessera fondamentale nella sua visione di un’America che non cede terreno a nessuno.
SPARISCE IL FACT-CHECKING
Mark Zuckerberg
Mark Zuckerberg
Se le ambizioni geopolitiche di Donald Trump sulla Groenlandia e il Canale di Panama si giocano sul palcoscenico internazionale, un’altra battaglia, più sottile ma altrettanto significativa, si combatte sul terreno dell’informazione. La decisione di Meta di abbandonare il programma di verifica delle notizie, come riportato dai tutti i giornali del mondo, ha implicazioni profonde per la lotta contro la disinformazione, con ripercussioni che vanno ben oltre i confini digitali.

Mark Zuckerberg, CEO di Meta, ha sempre descritto la sua piattaforma come uno spazio neutrale per il dibattito pubblico, ma la realtà sembra raccontare altro. La scelta di interrompere il fact-checking sulle informazioni rappresenta un cambio di direzione pericoloso, soprattutto in un’epoca in cui le notizie false condizionano elezioni, politiche pubbliche e persino conflitti internazionali. Questa decisione non arriva in un vuoto: riflette un contesto in cui la verità è sempre più manipolabile e gli interessi economici spesso prevalgono su quelli collettivi.

Meta, che aveva introdotto queste verifiche dopo lo scandalo di Cambridge Analytica e le critiche ricevute per la diffusione di disinformazione durante le elezioni del 2016, ha ora deciso di fare un passo indietro. L’azienda giustifica la scelta affermando che il processo è diventato insostenibile, ma molti analisti la interpretano come una mossa strategica. Con il declino del programma, i contenuti distorti rischiano di proliferare senza controllo, amplificando le bolle di filtraggio e rendendo ancora più difficile distinguere i fatti dalle falsità.

Il tempismo è particolarmente significativo. Con Trump pronto a tornare alla Casa Bianca e un’agenda politica che si nutre di consenso pubblico, il ruolo di piattaforme come Facebook, Instagram e Threads diventa cruciale. Non è un caso che il presidente eletto sia stato tra i più accaniti critici del fact-checking, sostenendo che fossero “strumenti di censura” usati contro i conservatori. Ora, con la verifica dei contenuti fuori dai giochi, Trump e altri leader populisti hanno un campo più aperto per utilizzare i social media come strumenti di propaganda diretta.

Questo scenario incide anche su questioni più tangibili, come l’acquisizione della Groenlandia o il controllo del Canale di Panama. Se le false informazioni possono distorcere l’opinione pubblica su temi elettorali, è facile immaginare come possano essere sfruttate per legittimare decisioni geopolitiche. Un post mirato su X o Facebook potrebbe facilmente costruire consenso attorno a un’idea complicata, spianando la strada a iniziative che, in condizioni normali, avrebbero richiesto un dibattito più approfondito.

La scelta di Meta non riguarda solo la diffusione di bufale. Colpisce il cuore stesso del discorso democratico: la possibilità, per una società, di costruire decisioni informate su una base comune di verità. Senza strumenti che contrastino efficacemente la disinformazione, il rischio è che le piattaforme social diventino sempre più amplificatori per chi ha i mezzi e le risorse per plasmare la realtà a proprio vantaggio.

E in questo contesto, l’America di Trump diventa un laboratorio ideale per osservare questi fenomeni in azione. L’intreccio tra tecnologia, politica e geopolitica non è mai stato così evidente. La Groenlandia, il Canale di Panama e l’universo Meta potrebbero sembrare temi distanti, ma condividono un elemento comune: la capacità di influenzare l’opinione pubblica, definendo chi detiene il potere e come questo potere viene esercitato. Trump lo sa bene, e il mondo dei social media, senza un adeguato controllo sulle notizie false, gli offre il terreno perfetto per realizzare la sua visione.
COSE DA SAPERE
  • Se hanno suscitato un clamore incredibile le proposte annessioniste su Groenlandia e Panama, figuriamoci cosa hanno suscitato le minacce di usare la “forza economica” degli Stati Uniti per trasformare il Canada nel 51° stato americano, subito dopo le dimissioni di Justin Trudeau.
  • Al suo ritorno a Washington, il presidente eletto Donald Trump viene festeggiato dai “crypto bros”, una casa editrice di estrema destra e dai seguaci di “Make America Healthy Again” di Robert F. Kennedy Jr.
  • Sembra sempre più probabile che la Corte Suprema consenta al governo degli Stati Uniti di impedire agli americani di accedere a TikTok.
  • Trump è apparso accigliato mentre il giudice della Corte Suprema di New York Juan Merchan esponeva i 34 capi d'accusa per falsificazione di documenti legati a un pagamento a un'attrice porno durante la sua prima campagna. È stato poi rilasciato senza sanzioni, grazie alla protezione legale offerta dal suo ruolo presidenziale.
  • È morto l'ex presidente Jimmy Carter. Ai suoi funerali, Donald Trump e Barack Obama si sono comportati da amiconi.
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