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Oggi è il 26 Ottobre e mancano 10 giorni alle elezioni.
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Questa è USA 2024, la newsletter settimanale di Avada Author con gli approfondimenti, l'analisi delle notizie e le storie più interessanti della campagna elettorale americana.
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Buongiorno reader e bentornato a USA 2024.
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Il 5 novembre gli elettori americani sceglieranno il prossimo presidente degli Stati Uniti. Su Avada Author seguiamo l’avvicinamento al voto con notizie, curiosità, storie, sondaggi e tutto ciò che ruota attorno all'election day più importante del pianeta.
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LE NOTIZIE DI QUESTA SETTIMANA
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Per una volta non voglio iniziare con le notizie sulle elezioni americane. Voglio partire con una storia di speranza, ma di una speranza tragica e di una giustizia implacabile. E non a caso, come spesso accade, siamo negli Stati Uniti.
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Questa è la storia di Robert Robertson e di sua figlia Nikki.
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Robert Robertson aveva 32 anni nel 2001, viveva a Palestine, una tranquilla cittadina nel Texas orientale tra Houston e Dallas. La vita non gli aveva offerto granché e il suo non si può considerare vivere, ma piuttosto sopravvivere: con un'istruzione che si fermava alla prima media, tirava avanti consegnando giornali. Eppure, non si lamentava con la sua vita perché, nel novembre di quel 2001, sembrava avesse preso una svolta diversa quando ottenne la custodia della figlia di due anni, Nikki. Una nuova responsabilità, certo, ma anche una nuova speranza.
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Robert non immaginava che quella speranza lo avrebbe portato dritto dritto all'inferno.
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Nikki era malaticcia, delicata di salute. I medici, il 30 gennaio del 2002, le avevano diagnosticato un'infezione respiratoria e la febbre alta non prometteva nulla di buono. Ma non sembrava una situazione così grave. Poi, nella notte del 31 gennaio, Nikki cadde dal letto. Robert la confortò, la tranquillizzò e la rimise a dormire. Tutto sembrava sotto controllo, fino a quando, la mattina seguente, si aprirono le porte dell'inferno: Nikki non respirava. Robert la portò di corsa in ospedale, ma ormai non c'era più nulla da fare.
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Le scansioni mostrarono i classici segnali della "sindrome del bambino scosso": emorragie interne, gonfiore cerebrale e sanguinamento retinico. Per i medici, quei tre indizi erano più che sufficienti per accusare Robert di abuso e omicidio. E così, senza una vera storia di violenza alle spalle, Robert venne accusato e condannato. A morte.
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Ma c’è qualcosa che all’epoca fu ignorato e che oggi non torna: quelle tre condizioni, una volta considerate una prova inconfutabile di abuso, adesso non sono più accettate come tali. Organizzazioni come il Center for Integrity in Forensic Sciences sostengono che si tratti di una teoria superata, qualcosa che non può essere l’unica base per decidere - oltre ogni ragionevole dubbio - la colpevolezza di un padre disperato. In altre parole, non c'è abbastanza certezza per basare una condanna a morte su quel tipo di evidenze: "Come teoria è stata sfatata da anni", dicono gli esperti.
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Anche se la diagnosi è ancora formalmente accettata dall'American Academy of Pediatrics, sono sempre di più i medici, gli esperti forensi e gli avvocati difensori che la mettono in discussione, soprattutto nei casi più vecchi, quando la scienza aveva meno strumenti. Gli studi più recenti non trovano prove convincenti che il semplice scuotimento possa provocare traumi cranici così gravi. Eppure, nonostante i dubbi crescenti, la maggior parte dei tentativi di ribaltare queste condanne sono andati a vuoto.
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Nel caso di Robert, non c’erano prove di maltrattamenti. Nessuno aveva mai notato segni di violenza su Nikki, nessuno aveva mai sospettato nulla perché non c'era nulla di cui sospettare. Anzi, Robert aveva fatto tutto ciò che un padre farebbe: portare la figlia in ospedale per cercare aiuto. Ma la giustizia, purtroppo, a volte si muove con una lentezza implacabile. Robert, a distanza di 22 anni, si ritrova ancora oggi nel braccio della morte.
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Poi, il 17 ottobre 2024, la Corte Suprema del Texas ha deciso di fermare all'ultimo momento l'esecuzione di Robertson. Nonostante la Corte Suprema degli Stati Uniti avesse già respinto la richiesta, una commissione della Camera dei Rappresentanti del Texas ha chiesto di posticipare l'esecuzione per sentire Robert in un'udienza. Un altro colpo di scena in una vicenda che ancora una volta mette in luce i limiti del sistema giudiziario.
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Gli avvocati di Robert sostengono che la morte di Nikki sia stata causata da una grave polmonite non diagnosticata, peggiorata in pronto soccorso dall’uso di farmaci sbagliati. Si tratta, quindi, di un errore medico. Inoltre, nel 2018, a Robert è stato diagnosticato un disturbo dello spettro autistico, un elemento che potrebbe aver influito nella sua difesa e di conseguenza anche nella condanna.
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In aggiunta, l'ex poliziotto che si occupò del caso ha ammesso di avere dei dubbi ed è addolorato per non aver preso in considerazione altre piste. John Grisham, famoso scrittore e attivista contro gli errori giudiziari, ha criticato apertamente i giudici texani, chiedendo clemenza per Robert.
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La richiesta di clemenza per Robertson ha ricevuto il sostegno di 86 deputati texani, di cui un terzo repubblicani. Un segnale importante, considerando che solo nel 2024 negli Stati Uniti ci sono state già venti esecuzioni, quasi tutte per iniezione letale. Due di queste, in Alabama, sono avvenute tramite inalazione di azoto, una pratica che le Nazioni Unite definiscono tortura.
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Non è solo il caso di Robert a sollevare dubbi. La stessa Corte ha ordinato un nuovo processo per Andrew Roark, un altro uomo condannato per lo stesso tipo di reato. Anche in quel caso, la comprensione medica della sindrome del bambino scosso è stata messa in discussione, e la Corte ha riconosciuto che non ci sono prove sufficienti per dimostrare che il solo scuotimento possa causare i traumi osservati. Gli avvocati di Roberson hanno chiesto alla Corte di utilizzare lo stesso ragionamento per sospendere la sua esecuzione, sostenendo che la tesi del bambino scosso in entrambi i casi era "praticamente identica".
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Negli ultimi anni, infine, molti tribunali statunitensi hanno annullato le condanne o ritirato le accuse incentrate sulla sindrome del bambino scosso, tra cui i tribunali distrettuali in California e Ohio, e la Corte Suprema di Massachusetts e Michigan.
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Il caso di Robert Roberson è solo uno dei tanti che dimostrano quanto sia pericoloso basare una condanna su teorie mediche non più accettate, specialmente quando è in gioco la vita delle persone. Pertanto, è un chiaro segnale che il sistema giudiziario deve evolversi, adattarsi alle nuove conoscenze scientifiche e rimanere vigile contro gli errori che possono portare a ingiustizie irreparabili.
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Per non parlare della pena capitale. In un sistema che può commettere errori irreparabili, la pena di morte è una sentenza senza appello, una decisione da cui non si può tornare indietro. E la storia di Robert è solo l'ennesimo esempio di quanto questo meccanismo sia fallibile, crudele e profondamente ingiusto.
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USA 2024
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PENNSYLVANIA, VIRTUE LIBERTY AND INDEPENDENCE
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Nel 2024, la gara per la Casa Bianca si gioca in Pennsylvania, il vero ago della bilancia di queste elezioni. Con i suoi 19 voti elettorali, è lo stato chiave che nessuno dei due candidati può permettersi di perdere. Kamala Harris e Donald Trump sanno bene che senza conquistare la Pennsylvania la presidenza resterà un miraggio.
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Lo stato della Pennsylvania, dal punto di vista storico, è uno dei più illustri degli Stati Uniti e sicuramente il più importante tra gli swing states di queste elezioni: fu una delle prime 13 colonie americane e a Philadelphia, la città più grande dello stato, soprannominato "Keystone State", sorgono l'Independence Hall, dove furono firmati la Dichiarazione di Indipendenza e la Costituzione, e la Liberty Bell, importante simbolo della libertà americana.
Questo autunno, l’attenzione sulla Pennsylvania è stata incredibile. Entrambe le campagne stanno investendo una montagna di soldi in pubblicità, più che in qualsiasi altro stato. Le visite dei candidati non si contano: Harris, Trump e i loro vice – il governatore del Minnesota Tim Walz e il senatore dell’Ohio JD Vance – si alternano continuamente nelle città e nelle zone rurali. È raro che almeno uno di loro non sia presente nello stato, e spesso capita che siano lì in due nello stesso giorno.
Il panorama politico in Pennsylvania è complesso. Philadelphia, a est, e Pittsburgh, a ovest, sono roccaforti democratiche. Ma tutto ciò che le circonda racconta una storia diversa. Nei sobborghi di Philadelphia, tradizionalmente repubblicani, il vento sembra continuare a soffiare in favore dei democratici. Ma le contee attorno a Pittsburgh, e il resto dello stato, rimangono fedeli all'elefantino rosso. Nel 2020, Joe Biden ha vinto solo 13 delle 67 contee; Hillary Clinton nel 2016 ne aveva conquistate appena 11.
E qui entra in gioco il vero cuore delle elezioni, i gruppi di elettori così diversi tra loro eppure decisivi. Ci sono i passionari sostenitori di Trump e quelli che lo votano turandosi il naso. Ci sono gli studenti universitari indecisi su Harris a causa del suo coinvolgimento nella guerra in Medio Oriente, e i lavoratori sindacali divisi. Gli attivisti neri stanno cercando di galvanizzare la loro comunità, mentre le donne di periferia sono pronte a dare il sostegno a Harris, vedendo in lei una possibile svolta per il paese.
Trump, dopo quattro anni di Casa Bianca, è una figura ormai conosciuta: nel bene o nel male, gli elettori sanno cosa aspettarsi. Harris, d’altro canto, è meno familiare. Non è un volto completamente nuovo, ma per molti rimane ancora un’incognita. Trump potrebbe avere difficoltà a convincere gli elettori, soprattutto se il suo tumultuoso passato e le sue azioni controverse durante le elezioni del 2020 peseranno troppo. Ma c'è chi, pur trovandolo imperfetto, è più preoccupato per i temi come immigrazione e inflazione: per loro Harris rappresenta ancora un salto nel buio.
Se Harris riuscirà a spuntarla, sarà perché ha mobilitato appieno le donne suburbane, ha evitato che troppi giovani elettori – soprattutto uomini neri – restassero a casa, e ha convinto chi vede Trump come una minaccia per il futuro dell'America. Se invece sarà Trump a vincere, lo farà grazie a chi, nonostante tutto, ha preferito puntare su di lui per timore di un’America guidata da Harris.
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Tre aree da tenere d’occhio:
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- Philadelphia e i sobborghi, 5 contee.
2012 Obama 616K - 2016 Clinton 664K - 2020 Biden 764K. Le cinque contee attorno a Philadelphia sono sempre state una roccaforte per i democratici. Nel 2020, i sobborghi hanno virato di ben quattro punti verso Biden rispetto al 2016. Tuttavia, nella città di Philadelphia si è visto un leggero aumento di consensi per Trump, dovuto al crescente sostegno della classe operaia verso i repubblicani iniziata addirittura nel 2012. Per il 2024 le periferie saranno nuovamente cruciali, e i democratici puntano a migliorare ulteriormente i recenti risultati cercando però di arginare eventuali perdite in città.
- Pittsburgh e dintorni, 7 contee.
2012 Romney di 14K - 2016 Trump di 58K - 2020 Trump 30K. La situazione nella zona metropolitana di Pittsburgh si è sviluppata in modo molto diverso rispetto a Philadelphia. Quattro anni fa, Biden ha ottenuto buoni risultati nelle aree più urbane della contea di Allegheny, la più popolata del distretto, mentre i sobborghi hanno leggermente favorito Trump. Guardando al 2024, le contee suburbane intorno a Pittsburgh saranno cruciali, visto che i sobborghi di tutto lo stato sono un terreno difficile per Trump. Sarà interessante vedere come queste aree si comporteranno, soprattutto considerando che i voti suburbani potrebbero fare la differenza in uno stato chiave come la Pennsylvania.
- Il tratto rurale tra Pittsburgh e Harrisburg, 4 contee.
2012 Romney di 61K - 2016 Trump di 98K - 2020 Trump di 108K. Nel 2020, Trump ha ampliato i suoi margini nelle aree rurali e nelle città più piccole, compensando in parte i guadagni dei democratici nelle città e nei sobborghi. Le contee lungo il tratto tra Pittsburgh e Harrisburg - Blair, Cambria, Clearfield e Franklin - sono state fondamentali per i suoi successi. Se Trump continuerà a espandere il suo vantaggio anche quest'anno, potrebbe bilanciare i voti democratici nelle aree urbane e suburbane.
Al momento i sondaggi danno Harris in leggerissimo vantaggio, ma la situazione è estremamente fluida. Nel 2020, Biden vinse per appena 80.000 voti, e nel 2016 fu Trump a battere Hillary Clinton per soli 40.000 voti. Questo riflette la natura complessa della Pennsylvania, divisa tra grandi città progressiste e zone rurali più conservatrici. I candidati sanno che ogni singolo voto in questo stato potrebbe fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta, ed è per questo che stanno cercando di conquistare ogni piccola frazione di elettori di ogni ceto sociale e culturale.
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Cosa deve fare Harris per vincere.
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Harris dovrà mantenere il trend positivo nei sobborghi, cercando al tempo stesso di aumentare la partecipazione democratica a Philadelphia, dove il partito ha visto una leggera flessione dal 2012. La sfida principale sarà fermare l’erosione del supporto tra gli elettori della classe operaia, che sempre più spesso si avvicinano ai repubblicani.
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Cosa deve fare Trump per vincere.
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Trump dovrà cercare di riconquistare terreno nei sobborghi, specialmente quelli intorno a Philadelphia, e continuare a consolidare il suo dominio nelle aree rurali, che dal 2012 sono sempre più inclini al GOP.
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Insomma, chi conquisterà questo stato si porterà probabilmente a casa anche le chiavi del 1600 di Pennsylvania Avenue.
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LO SCENARIO MOLTO REALE IN CUI TRUMP PERDE E PRENDE IL POTERE IN OGNI CASO
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Questa settimana sono usciti due pezzi sulla possibilità che Trump non accetti il verdetto elettorale nel caso il 5 novembre esca sconfitto. I due articoli possono essere collegati per offrire un quadro inquietante e complesso del momento politico americano attuale, in una preoccupante situazione politica polarizzata in vista delle elezioni del 2024.
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Il primo, su Politico, descrive il piano di Donald Trump e dei suoi alleati per sovvertire l’esito delle elezioni indipendentemente dal risultato finale. Usando tattiche già sperimentate nel 2020, intendono seminare il caos nei conteggi elettorali e sfruttare ogni possibile via legale per mettere in discussione la legittimità del voto.
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Il secondo è un editoriale sul Washington Post, e dipinge un quadro più ampio in cui il rischio non è solo politico ma anche sociale e culturale. Il columnist ipotizza che gli Stati Uniti stiano attraversando una frammentazione culturale sempre più profonda tra aree urbane e rurali, accentuata da differenze ideologiche e di governance.
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Il long form di Politico delinea un preoccupante scenario nel post elezioni del 5 novembre. In particolare, esamina come Donald Trump e i suoi alleati stiano già pianificando strategie per sovvertire il voto, anche se dovesse perdere. La loro tattica coinvolge una serie di azioni legali e legislative, sfruttando stati chiave come la Georgia, con l’obiettivo di creare caos elettorale e minare la legittimità del processo democratico. I repubblicani stanno cercando di sfruttare la narrativa della frode elettorale del 2020 per giustificare azioni aggressive nei confronti del sistema elettorale, soprattutto per quanto riguarda la raccolta e il conteggio dei voti per posta.
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Trump sta anche facendo leva sui suoi sostenitori all’interno dei parlamenti statali per mettere in discussione i risultati, approfittando di ambiguità legali e manovre politiche per modificare l’assegnazione degli elettori. Il tentativo è quello di replicare o espandere il caos legale e politico visto nel 2020, con una maggiore organizzazione e nuovi approcci.
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Tuttavia, l’articolo sottolinea anche che il successo di questa strategia dipenderà dalla coesione interna del Partito Repubblicano e dalla disponibilità di tribunali e legislatori a sostenere tali azioni. Seppur altamente improbabile, un tale scenario avrebbe conseguenze disastrose per la democrazia americana.
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L'articolo del Washington Post, a firma di Matt Bai, riflette invece sulla possibilità di una "Guerra Civile Fredda" in corso negli Stati Uniti, una lotta culturale tra progressisti e conservatori che si manifesta nella resistenza locale alle leggi federali e nel crescente divario tra città liberali e aree rurali conservatrici. L'autore esplora principalmente la frattura crescente tra i due schieramenti, soprattutto in relazione alla gestione della pandemia e all'accesso all'aborto, sottolineando come Trump potrebbe trasformare questa divisione in un conflitto più concreto, rischiando disordini maggiori che possono scaturire senza troppe difficoltà in violenza. Secondo Bai, inoltre, la "secessione culturale" è già in atto: i progressisti resistono al conservatorismo in alcuni stati, mentre i conservatori sfidano l'autorità federale nelle aree rurali.
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Tuttavia, il rischio principale secondo l'autore è che Donald Trump, attraverso il suo continuo rifiuto di accettare una sconfitta elettorale e le sue dichiarazioni incendiarie, potrebbe trasformare questa guerra fredda culturale in un conflitto violento e più concreto. Lo scenario delineato non è tanto una guerra civile tradizionale, ma un’estensione della polarizzazione politica verso un livello più estremo di divisione nazionale, dove le forze dell'ordine potrebbero dover intervenire per mantenere l'ordine in un contesto di profondo scontento sociale.
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GEORGIA ON MY MIND
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Nella corsa verso le elezioni presidenziali del 2024, la battaglia per la Georgia e i suoi 16 voti elettorali si sta facendo sempre più intensa. Quattro anni fa, Joe Biden era riuscito a strappare una vittoria storica in questo stato, grazie soprattutto al massiccio supporto degli elettori afroamericani che avevano sostenuto il presidente con l’88% dei voti. Ma oggi qualcosa sta cambiando, e l’ex presidente Donald Trump sembra più forte che mai. I sondaggi mostrano un fenomeno sorprendente: una parte degli elettori afroamericani, un tempo roccaforte democratica, sta cominciando a guardare con interesse a Trump. È questo spostamento che potrebbe fare la differenza.
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Proprio domenica scorsa, nella chiesa di Mount Zion, l'atmosfera era carica di speranza. L'obiettivo era chiaro: spingere Kamala Harris verso la Casa Bianca. Il pubblico applaudiva con entusiasmo mentre Bill Clinton, l’ultimo democratico a vincere in Georgia prima di Biden, si rivolgeva loro dal pulpito, spronando gli elettori a non mollare. Clinton ha parlato alla Georgia rurale, ma Harris e il suo team sanno che la vera battaglia si gioca nelle città, soprattutto ad Atlanta, dove il supporto degli elettori afroamericani è essenziale. Eppure, l'incertezza si fa sentire. Alcuni elettori che prima sostenevano Biden ora sembrano meno sicuri e Trump sta approfittando di questa esitazione.
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Nonostante gli sforzi titanici dei democratici per mantenere compatta la loro coalizione, Trump sta guadagnando terreno. Anche quegli elettori che inizialmente lo avevano criticato adesso vedono in lui un’alternativa più attraente. Il Partito Repubblicano non si è fatto cogliere impreparato e sta spingendo forte su nuovi elettori. A Lilburn, per esempio, un gruppo di donne della Faith & Freedom Coalition si sono mosse sul campo, porta a porta, usando le app per coordinarsi. Tra loro c'erano anche membri della comunità haitiana, un gruppo demografico che si è trasferito in Georgia di recente. Alcune di queste donne avevano votato per Biden nel 2020, ma oggi sono più incerte. Quando è stato chiesto loro delle affermazioni di Trump sui migranti haitiani, hanno risposto: "Non so se sia vero, ma non mi piace quando parlano male di lui."
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Anche i democratici sono consapevoli di questa minaccia. Howard Franklin, stratega del partito in Georgia, ha ammesso che Trump, con la sua immagine di celebrità e il suo modo diretto di parlare, ha un certo fascino per molti elettori. Ignorare questo dato sarebbe un grave errore. Tuttavia, Franklin si mostra fiducioso: gli elettori afroamericani, alla fine, tendono a tornare al Partito Democratico, soprattutto quando si parla di temi che toccano la loro quotidianità. E questa volta i democratici stanno facendo le cose diversamente: non solo nei tradizionali barbershop e saloni di bellezza, ma anche coinvolgendo piccoli imprenditori locali, discutendo di opportunità economiche e prospettive future.
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Quando parliamo di uno stato dove il 30% dell'elettorato è afroamericano e un altro 4% rappresenta minoranze non ispaniche, ogni minimo spostamento dell'ago della bilancia può stravolgere l'esito finale. La Georgia non è più lo stato prevedibile di una volta.
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Ma la vera domanda è: cosa è cambiato in Georgia dal 2020? Se allora Biden aveva un leggero vantaggio nei sondaggi, oggi Trump sembra essere avanti, anche se sempre all'interno del range di errore dei sondaggi. Forse è il fascino del suo ritorno sulla scena politica, o forse è il cambiamento del clima politico generale che sta spostando alcuni elettori. Di una cosa però possiamo essere certi: la Georgia sarà, ancora una volta, uno stato decisivo. I democratici stanno lottando con le unghie e con i denti per riprenderselo, ma Trump potrebbe essere a un passo dal colpo di coda.
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Con un elettorato così eterogeneo, le strategie devono essere perfette, ma la verità è che nessuno può prevedere con certezza cosa accadrà. La Georgia è diventata uno degli stati più caldi del paese, e ogni singolo voto può decidere chi prenderà il controllo della Casa Bianca.
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TRUMP SAREBBE UN BENE PER LA DEMOCRAZIA
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Kamala Harris non usa mezzi termini: per lei, l’ex presidente Trump è "squilibrato", addirittura "fascista". Eppure, i sondaggi mostrano che un numero consistente di elettori crede che Trump possa portare beneficio alla democrazia, magari persino più della stessa Harris.
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Un recente sondaggio del Washington Post-Schar School sui sette stati in bilico ha rilevato che gli elettori considerano le minacce alla democrazia un problema chiave e, con sorpresa, per affrontarle si fidano più di Trump che di Harris: l'ex presidente batte la vice presidente 43% a 40%.
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Sembra incredibile, visto il passato di Trump: impeachment, accuse per aver cercato di rovesciare l’esito elettorale del 2020 e per incitamento all’insurrezione del 6 gennaio, rifiuto di garantire che accetterà i risultati delle prossime elezioni e proposte per un secondo mandato che molti ritengono pericolose per lo stato di diritto. Persino John F. Kelly, suo ex capo dello staff, lo ha definito “fascista”, e ieri altri tredici ex funzionari dell'amministrazione Trump hanno pubblicato una lettera aperta secondo cui l'ex presidente, se tornasse in carica, governerebbe come un dittatore.
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Harris, invece, è ferma nel promettere rispetto delle norme democratiche, e per sottolinearlo fa campagna con Liz Cheney, ex deputata repubblicana e figlia dell'ex vice di George W. Bush, che la descrive come “l’adulta responsabile” della situazione. Ma perché alcuni elettori sembrano comunque inclini a scegliere Trump? Ecco alcune teorie che circolano.
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Prima di tutto, “democrazia” è una parola che molti interpretano a modo loro. Trump si presenta come un paladino della democrazia, anche se elogia autocrati come Vladimir Putin. "Dicono che sono una minaccia per la democrazia. Ma cosa avrei fatto?", ha dichiarato a luglio, sostenendo persino di essersi “preso una pallottola per la democrazia” (Buttler, Pennsylvania).
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Poi, la campagna populista di Trump colpisce chi si sente ignorato dalle élite. Gli piace ribadire che "prosciugherà la palude", promettendo di ribaltare le strutture di potere, e questo risuona in molti che credono che le élite abbiano manipolato il sistema a loro vantaggio. I suoi sostenitori vedono questo come un tentativo di ridare voce alla “gente comune”.
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Inoltre, molti elettori pensano che Trump gestisca meglio l’economia. Sotto di lui, prima della pandemia, l’economia ha effettivamente segnato risultati positivi, e questo sembra far credere a molti che un ritorno di Trump significhi stabilità economica per tutti.
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Infine, Trump gioca abilmente con le percezioni su cosa sia davvero democratico. Parla apertamente di “punire” i suoi oppositori, suggerendo di usare il governo federale per colpire chi lo ostacola, ma ribalta tutto sostenendo che sono stati prima i suoi avversari a politicizzare il sistema contro di lui, tra accuse e indagini federali.
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Risultato? Gli elettori restano confusi su cosa sia realmente una minaccia per la democrazia e su chi rappresenti meglio i loro interessi. La partita tra Harris e Trump si gioca anche qui, in questo scontro tra due visioni del futuro del paese che, per molti, è tutt’altro che risolto.
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IL VOTO ANTICIPATO NEGLI SWING STATES
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Mancano due settimane alle elezioni e hanno già votato più di 17 milioni di persone. Questo ci dice una cosa: le abitudini di voto degli americani sono cambiate dalla pandemia. Il voto anticipato è ormai una parte fondamentale del processo democratico negli Stati Uniti.
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Nel 2020, tanti avevano scelto di votare prima o per posta per evitare rischi di contagio da Covid 19. Ma oggi, anche senza l’emergenza sanitaria, milioni di elettori continuano a preferire il voto anticipato rispetto all'election day del 5 novembre. Alcuni approfittano delle nuove leggi che rendono più facile votare in anticipo, altri semplicemente trovano più comodo un processo che è esploso quattro anni fa.
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In diversi stati si stanno registrando numeri record per il primo giorno di voto anticipato. Ad esempio, nel North Carolina, uno degli stati in bilico che si sta ancora riprendendo dall'uragano Helene, più di 353.000 persone hanno votato il 17 ottobre, un record. L'indomani, in Louisiana, quasi 177.000 elettori hanno espresso il loro voto, il numero più alto mai visto in uno stato notoriamente conservatore.
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Il cambiamento è stato più netto in Georgia, dove gli elettori hanno stabilito un record giornaliero per il voto anticipato di persona quasi ogni giorno da quando i seggi sono stati aperti martedì scorso: finora sono più di un milioni e mezzo di elettori hanno già votato in anticipo.
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In quegli stati dove viene monitorata la registrazione di partito per il voto per corrispondenza, i democratici continuano a dominare. In Pennsylvania, per esempio, oltre 580.000 democratici hanno già restituito la scheda elettorale per posta, contro 254.000 repubblicani. Tuttavia, i repubblicani stanno recuperando terreno: nel 2020 erano solo il 23%, quest'anno sono saliti al 27%.
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Eppure mancano ancora due settimane e tutto può cambiare.
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Un altro stato da tenere d’occhio è il Nevada, dove le schede elettorali vengono spedite automaticamente a tutti gli elettori. Finora, circa 53.000 democratici hanno restituito le schede per posta, contro 37.000 repubblicani. Anche qui, però, il divario si sta riducendo. Nel 2020, a questo punto, i democratici erano molto più avanti (106.000 a 47.000). Resta da vedere se questo porterà a una maggiore affluenza repubblicana o se più democratici andranno a votare di persona, sia in anticipo che a novembre.
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Intanto, in North Carolina, circa 300.000 democratici hanno votato di persona, i repubblicani sono stati 296.000: un niente di differenza. Questo dimostra che la strategia di Trump, volta a convincere i suoi sostenitori a votare in anticipo, sta funzionando. Se continua così, i repubblicani potranno concentrarsi sugli elettori meno abituali man mano che ci si avvicina al giorno delle elezioni, un vantaggio che nel 2020 era tutto a favore dei democratici.
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Un altro dato interessante riguarda le donne. Negli stati chiave come Georgia, North Carolina e Michigan, sono loro a dominare il voto anticipato: il 55% in Georgia, il 52% in North Carolina, e il 56% in Michigan. Anche nel 2020 era andata così. E considerando che in generale le donne votano con percentuali leggermente superiori rispetto agli uomini, questo è un aspetto che verrà monitorato da vicino fino alla fine.
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Tutto può ancora succedere, ma una cosa è certa: il voto anticipato ha cambiato il modo in cui gli americani partecipano al voto.
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Un nuovo sondaggio del New York Times/Siena College rivela che Kamala Harris e Donald Trump sono praticamente testa a testa, ciascuno con il 48% dei consensi a livello nazionale. Questo dato, insieme ad altri sondaggi recenti, evidenzia una tendenza favorevole a Trump che vi avevo già segnalato la settimana scorsa. L'equilibrio è talmente sottile che il vantaggio di Harris nella media nazionale è sceso da +1,7 a +1,5, un margine inferiore a quello che il modello di Nate Silver considera necessario per garantirle la vittoria del Collegio Elettorale. Al momento, il modello assegna a Trump una probabilità del 53% di vincere, lasciando a Harris il restante 47%.
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Ma attenzione: una competizione così ravvicinata nei sondaggi non significa per forza che il risultato finale sarà altrettanto tirato. Nei sette stati in bilico, il margine attuale di ciascun candidato rientra ancora nella normale percentuale di errore dei sondaggi, il che vuol dire che ciascuno dei due potrebbe benissimo prevalere sull'altro.
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Per capire come funziona l'elezione del presidente degli Stati Uniti e come interpretare i sondaggi, più in basso c'è lo spiegone. I dati che trovi qui sotto sono medie dei sondaggi più recenti e si basano sul lavoro di Nate Silver. Vince chi arriva a 270.
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Ecco la situazione negli stati in bilico:
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- Arizona Trump 64% - Harris 36%
- Georgia Trump 63% - Harris 37%
- Nevada Trump 51% - Harris 49%
- North Carolina Trump 60% - Harris 40%
- Michigan Harris 54% - Trump 46%
- Pennsylvania Trump 53% - Harris 47%
- Wisconsin Harris 52% - Trump 48%
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• Siamo in quella fase della campagna elettorale in cui i candidati devono affrontare la sfida di conquistare gli elettori della controparte. Questo significa andare a caccia di voti in contesti difficili, a volte persino ostili. Trump si scaglia ancora una volta contro le donne; Harris invece cerca di persuaderle, ma trova degli ostacoli.
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• L'innovativa strategia mediatica di Harris non dovrebbe finire il giorno delle elezioni. Nelle ultime due settimane, la vicepresidente Kamala Harris ha ridefinito la strategia mediatica della campagna presidenziale.
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• La Pennsylvania è uno degli stati più contesi e chi lo conquista ha alte probabilità di vincere le elezioni. Con i suoi 19 Grandi Elettori, è uno dei bottini più ambiti tra i cosiddetti swing states. Da decenni, chi vince la Pennsylvania vince la Casa Bianca.
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• "Certamente l'ex presidente è nell'area dell'estrema destra, è certamente un autoritario, ammira le persone che sono dittatori. Quindi rientra certamente nella definizione generale di fascista, di sicuro". John Kelly, il capo di gabinetto che ha retto di più nell'amministrazione Trump, ha detto, in una lunga intervista al New York Times e a The Atlantic, di ritenere che l'ex presidente soddisfi la definizione di fascista.
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• Quando Donald Trump è stato eletto nel 2016, l’Europa stava ancora facendo i conti con lo shock della Brexit e molti leader europei temevano che la sua vittoria potesse portare a un effetto domino. In realtà, è stato proprio quel momento a ricordarci quanto sia fondamentale l'unità europea. Non importa chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti: la vera sfida per l’Europa, nei prossimi anni, sarà trovare il giusto equilibrio.
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LE REGOLE DELLE ELEZIONI PRESIDENZIALI
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Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti funzionano attraverso un sistema particolare basato sul Collegio Elettorale. In pratica, gli elettori non votano direttamente per il presidente, ma scelgono i cosiddetti "grandi elettori", cioè i delegati di ogni stato, che sono proporzionati alla popolazione e corrispondono al numero di deputati eletti alla Camera dei Rappresentanti a Washington.
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La maggior parte degli stati adotta un approccio “winner-takes-all”, dove il candidato che vince si porta a casa tutti i grandi elettori, ad eccezione di Maine e Nebraska che utilizzano il metodo proporzionale. Per diventare presidente servono 270 voti su un totale di 538 grandi elettori.
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Il vero scontro si gioca negli stati in bilico, conosciuti come "swing states". Quest'anno sono sette in particolare che fanno la differenza: Arizona, North Carolina, Georgia, Nevada, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Tuttavia, gli ultimi tre – Michigan, Wisconsin e Pennsylvania – sono i più determinanti poiché facevano parte del "Blue Wall", un gruppo di stati tradizionalmente democratici che Trump riuscì a strappare nel 2016.
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Le elezioni si tengono ogni quattro anni, il primo martedì di novembre. Dopo il voto popolare, i grandi elettori si riuniscono a dicembre per esprimere ufficialmente il loro voto, mentre il Congresso certifica i risultati a gennaio. In caso di pareggio o stallo, è la Camera dei Rappresentanti a scegliere il presidente, mentre il Senato si occupa di eleggere il vicepresidente.
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Il giuramento del presidente degli Stati Uniti si svolge il 20 gennaio, generalmente sulla scalinata del Campidoglio a Washington. Durante la cerimonia si presenta davanti al presidente della Corte Suprema e presta giuramento con la mano sulla Bibbia (o un altro testo sacro a sua scelta), infine recita la formula prevista dalla Costituzione. Dopo il giuramento ha ufficialmente inizio il mandato presidenziale.
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