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Il declino americano è una falsa pista: Trump riorganizza l’impero con forza, ma l’America ha perso legittimità e capacità di rappresentare il senso comune.
C’è un ritornello che accompagna la politica americana da decenni, un sottofondo costante che riaffiora a ogni crisi, a ogni guerra persa, a ogni recessione: il declino dell’impero. È un discorso che si ripete con tale frequenza da sembrare un rito necessario, quasi una liturgia intellettuale che serve a rassicurare il mondo sul fatto che nessuna potenza dura per sempre. Eppure, ogni volta che il discorso sul tramonto degli Stati Uniti si diffonde, l’America riemerge più forte, più assertiva, più presente di prima.
Il secondo mandato di Donald Trump, iniziato nel gennaio 2025, ha costretto molti osservatori a fare i conti con questa contraddizione. In pochi mesi, Washington ha ricordato al mondo quanto possa essere reale ed esteso il potere globale degli Stati Uniti. Ha costretto i paesi europei ad aumentare le spese militari, ha ridimensionato l’Iran bombardando i suoi siti nucleari, ha imposto un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, ha cominciato a minacciare il regime venezuelano. Tutto questo con modi spicci, spesso brutali, ma efficaci. Di fronte a questa iperattività spregiudicata, il dibattito sul declino americano sembra obsoleto, fuori tempo, quasi ingenuo.
Eppure la domanda resta: questa dimostrazione di forza è il segno di un ritorno prepotente al ruolo di dominatore internazionale, o è il colpo di coda di una potenza che cerca disperatamente di rallentare un’erosione inevitabile?
Per capire cosa stia accadendo davvero, vale la pena partire da una tesi provocatoria avanzata da Marco D’Eramo sulla New Left Review. D’Eramo fa notare che i dibattiti sul tramonto dell’impero americano sono cominciati molto prima dell’11 settembre, molto prima delle guerre in Afghanistan e Iraq. “Si parla del ‘declino americano’ da prima che io nascessi”, scrive, “un ritornello che accompagna ogni guerra e ogni crisi, con tale frequenza che un arguto commentatore del New Yorker una volta ha osservato che i ‘declinisti’ di oggi dovrebbero cominciare con lo spiegare perché quelli di ieri avevano torto.”
La sua tesi è semplice ma radicale: tutto il dibattito sul declino americano è condizionato da un malinteso di fondo, molto diffuso soprattutto tra i commentatori europei. L’idea che gli Stati Uniti siano disposti a rinunciare volontariamente alla loro influenza politica, economica e militare è un’illusione. Nessuna classe dirigente rinuncia volontariamente al potere. Tutte le fazioni politiche statunitensi – democratici, repubblicani, trumpiani, liberal – continuano ad avere l’obiettivo di conservare e ampliare l’influenza di Washington. Per questo si accusano a vicenda di indebolire la posizione del paese nel mondo.
La vera discussione, quindi, non riguarda se mantenere l’egemonia, ma come amministrarla. I politici e i pensatori liberal propongono soft power, alleanze multilaterali, mercati aperti. Il trumpismo risponde con unilateralismo militare, protezionismo economico, imposizione diretta degli interessi americani. Ma entrambi gli approcci condividono lo stesso obiettivo: mantenere il primato.
In questo contesto, la politica estera di Trump non rappresenta un’eccezione o una rottura, ma la radicalizzazione del progetto imperiale. La spinta a mettere fine alla globalizzazione – o meglio, a certi aspetti della globalizzazione – non è un segno di ritirata, ma una riconfigurazione. L’impero si chiude a difesa del suo centro, scaricando costi e instabilità sugli alleati. L’Europa, incapace di autonomia strategica, resta subordinata al dominio statunitense, accettando spese militari e politiche economiche imposte da Washington. Il friendshoring non è de-globalizzazione, ma ri-globalizzazione sotto controllo americano.
Secondo D’Eramo, la vera vulnerabilità degli Stati Uniti non nasce da una minaccia esterna – né dalla Cina, né dalla Russia, né dal Sud Globale – ma dall’ipertrofia del loro stesso potere. Una potenza tanto estesa da illudersi di poter agire senza limiti, sostenendo un dominio che genera al tempo stesso forza e disordine. La “deglobalizzazione”, la militarizzazione dell’economia, l’imposizione di crisi agli alleati non sono segni di rinuncia, ma di un sistema che si difende dal proprio eccesso.
Nel frattempo, una nuova élite globalizzata – i miliardari della tecnologia e della finanza, da Musk a Bezos – ha separato il proprio destino da quello degli Stati Uniti come nazione. Hanno trasformato l’impero in una macchina senza centro politico né coesione sociale. È in questa frattura interna, più che nella competizione esterna, che si manifesta il vero declino americano: non il crollo della potenza, ma la perdita di coerenza.
Se D’Eramo guarda al lato dell’offerta – come gli Stati Uniti gestiscono il proprio potere – Michael Beckley, in un articolo su Foreign Affairs, guarda al lato della domanda: chi può davvero sfidare Washington? La sua tesi è altrettanto radicale, ma opposta: il problema non è il declino americano, ma la fine dell’ascesa altrui.
Secondo Beckley, sta per concludersi l’“età delle potenze emergenti”, quella fase storica iniziata con la rivoluzione industriale e durata più di due secoli, in cui l’aumento della produttività, della popolazione e della potenza militare ha alimentato l’ascesa geopolitica di nuovi attori internazionali. “Oggi, per la prima volta da secoli, nessuna nazione cresce abbastanza da cambiare gli equilibri globali. La produttività ristagna, le popolazioni invecchiano e le conquiste territoriali sono sempre più costose e impraticabili.”
La Cina, ultimo grande paese “in ascesa”, ha raggiunto il suo apice. L’economia rallenta, la popolazione cala, il debito esplode. La crescita è sostenuta da investimenti improduttivi e sovvenzioni pubbliche che mascherano fragilità strutturali. Il modello fondato sull’autarchia e sul controllo statale mostra gravi limiti: scarsa istruzione superiore, crisi immobiliare, consumo interno debole. Xi Jinping ha scommesso tutto sulla tecnologia e sull’autosufficienza nei semiconduttori, ma senza successo pieno. La Cina oggi è una potenza industriale immensa, ma intrappolata in una trappola del reddito medio e in un invecchiamento demografico senza precedenti.
Gli altri centri di potere vivono declini paralleli. L’Europa invecchia, si de-industrializza, perde rilevanza tecnologica. Il Giappone è bloccato da decenni in stagnazione demografica. La Russia combatte una guerra di logoramento che sta consumando la sua capacità militare e la sua economia. L’India ha una popolazione giovane, ma non dispone del livello di istruzione, delle competenze e delle istituzioni necessarie per trasformare questa risorsa demografica in potenza economica. I paesi del Sud del mondo sono gravati da debiti, instabilità, guerre, disoccupazione giovanile.
E gli Stati Uniti? Pur con gravi problemi legati al debito pubblico e alla polarizzazione politica, restano l’unico paese con fondamenta solide. Hanno un grande mercato interno, un livello molto alto di innovazione tecnologica, energia a basso costo grazie allo shale gas, e un vantaggio strategico in settori chiave come l’intelligenza artificiale e i semiconduttori. Il dollaro continua a dominare le riserve mondiali, il settore bancario internazionale e il mercato dei cambi. Le università americane, nonostante le restrizioni sui visti cinesi, restano il polo di attrazione globale per talenti.
Secondo Beckley, siamo entrati in una fase di “stagnazione dell’ordine internazionale”. Una situazione che nel breve periodo alimenta una serie di minacce: la militarizzazione delle potenze in declino (Russia e Cina), il collasso di stati fragili in Africa e Medio Oriente, l’ascesa delle forze illiberali nelle democrazie occidentali alimentata da disuguaglianze e crisi migratorie.
Ma nel lungo periodo, la stagnazione potrebbe avere effetti paradossalmente stabilizzanti. Senza potenze emergenti pronte a sfidare quelle dominanti, diminuisce la probabilità di conflitti globali simili a quelli che hanno segnato l’Ottocento e il Novecento. L’invecchiamento demografico, inoltre, potrebbe favorire quella che alcuni studiosi definiscono “pace geriatrica”: le società più anziane sono meno inclini all’aggressione militare e più concentrate sul benessere interno, sulla sanità, sulle pensioni. La guerra diventa troppo costosa per paesi che devono sostenere popolazioni anziane.
Le due tesi – quella di D’Eramo e quella di Beckley – sembrano contraddirsi, ma in realtà si completano. Descrivono lo stesso fenomeno da angolazioni diverse. D’Eramo ci dice che l’America non sta declinando perché sta riorganizzando il proprio dominio in modo più aggressivo e meno multilaterale. Beckley ci dice che nessuno può davvero sfidarla perché l’età delle potenze emergenti è finita. Insieme, queste due analisi descrivono un mondo in cui gli Stati Uniti restano dominanti non perché siano particolarmente forti, ma perché tutti gli altri sono più deboli.
È questo il paradosso del XXI secolo: viviamo in un’epoca di egemonia senza gloria. L’America può imporre la propria volontà – su Gaza, sull’Iran, sull’Ucraina, sul Venezuela – non perché abbia una visione coerente dell’ordine mondiale, ma perché nessun altro ha la capacità di opporsi efficacemente. La Cina può creare alleanze nel Sud Globale, può espandere i BRICS, può costruire infrastrutture in Africa e America Latina, ma non può tradurre questa influenza economica in vera capacità di determinare gli esiti geopolitici. La Russia può resistere in Ucraina grazie alla profondità strategica e alle risorse naturali, ma non può più proiettare potenza oltre i propri confini immediati. L’Europa può discutere di autonomia strategica, ma continua a dipendere dall’ombrello militare americano e dalla tecnologia statunitense.
Il risultato è un mondo bloccato. Non c’è più la dinamica ascesa-declino che ha caratterizzato gli ultimi due secoli. Non c’è un nuovo impero in formazione pronto a sostituire quello vecchio. Non c’è nemmeno un vero multipolarismo, perché i poli non hanno abbastanza massa critica per bilanciarsi davvero. C’è solo un gigante stanco che continua a dominare perché gli altri sono troppo frammentati, troppo vecchi, troppo indebitati, troppo divisi per coordinare un’alternativa credibile.
Ma questo blocco genera instabilità di altro tipo. Se nessuno può vincere, nessuno può nemmeno permettersi di perdere del tutto. La Russia non può essere sconfitta in Ucraina senza rischiare il collasso del regime, e quindi combatte fino all’ultimo. La Cina non può accettare la supremazia tecnologica americana nei semiconduttori e nell’AI, e quindi investe centinaia di miliardi in una rincorsa disperata. L’Iran non può tollerare l’isolamento perpetuo, e quindi si allea con chiunque possa dargli respiro. Ogni attore è troppo debole per vincere, ma troppo forte per essere eliminato. Il risultato è una guerra permanente a bassa intensità, fatta di sanzioni, proxy wars, competizione tecnologica, sabotaggi, operazioni ibride.
E in questo contesto, la “pace geriatrica” di cui parla Beckley rischia di essere un’illusione. È vero che le società invecchiate sono meno aggressive, ma sono anche più vulnerabili. Hanno meno giovani da mandare in guerra, ma hanno anche meno resilienza economica, meno capacità di innovazione, meno margine di manovra fiscale. Un mondo di vecchi non è necessariamente un mondo pacifico: può essere un mondo in cui ogni crisi – demografica, economica, ambientale – viene vissuta come esistenziale, e in cui la tentazione di scaricare i costi sugli altri diventa irresistibile.
D’Eramo ha ragione quando dice che la vera minaccia per gli Stati Uniti non viene dall’esterno ma dall’interno, dalla frattura tra un’élite globalizzata e deterritorializzata e una popolazione sempre più impoverita e arrabbiata. Ma Beckley ha ragione quando dice che questa frattura non è solo americana: è globale. Ovunque, le élite tecnologiche e finanziarie vivono in un mondo connesso, mobile, post-nazionale, mentre le classi medie e popolari vivono in territori sempre più chiusi, impoveriti, risentiti.
Il trumpismo non è solo una politica estera americana, è un sintomo di questa frattura. E trova repliche ovunque: nell’autoritarismo digitale cinese, nel nazionalismo russo, nel populismo europeo, nelle autocrazie del Sud Globale. Tutti questi movimenti nascono dalla stessa crisi: la perdita di legittimità dei sistemi politici che hanno governato la globalizzazione, la sensazione diffusa che le élite abbiano tradito i propri popoli in nome di un ordine internazionale che avvantaggia pochi e danneggia molti.
In questo senso, il declino americano esiste, ma non nel modo in cui viene solitamente raccontato. Non è un declino di potenza militare o economica – quella resta schiacciante. È un declino di legittimità, di capacità di attrarre consenso, di credibilità come modello. Gli Stati Uniti possono ancora imporre la propria volontà, ma non riescono più a convincere il mondo che la loro volontà corrisponda a un interesse generale. Possono vincere battaglie, ma non guerre di significato.
E questo è forse il punto più importante. Il potere non è solo la capacità di costringere gli altri a fare ciò che vuoi. È anche la capacità di far sì che gli altri vogliano fare ciò che vuoi, perché credono che sia giusto, o inevitabile, o nel loro interesse. Questo secondo tipo di potere – il potere di definire il senso comune, di costruire consenso, di rappresentare il futuro – è quello che l’America sta perdendo davvero. Non perché ci sia un nuovo impero in ascesa pronto a sostituirla, ma perché quel tipo di potere non può più essere esercitato da nessuno in un mondo così frammentato, diffidente, disilluso.
La stagnazione di cui parla Beckley non è solo demografica o economica: è anche politica e culturale. Il mondo non crede più in grandi narrazioni universali. Non crede più che ci sia un modello di sviluppo valido per tutti, una via maestra verso la modernità, un ordine internazionale che garantisca pace e prosperità. Ogni paese, ogni regione, ogni civiltà sta cercando la propria strada, spesso in competizione e in conflitto con le altre.
In questo contesto, la domanda giusta non è se gli Stati Uniti siano in declino, ma se il concetto stesso di egemonia globale abbia ancora senso. Forse ciò che stiamo vivendo non è il tramonto di un impero e l’ascesa di un altro, ma la fine dell’epoca degli imperi tout court. Non perché il mondo sia diventato più giusto o più pacifico, ma perché è diventato troppo complesso, troppo interconnesso e al tempo stesso troppo frammentato per essere governato da un unico centro di potere.
Gli Stati Uniti possono ancora dominare militarmente, possono ancora controllare le leve finanziarie globali, possono ancora dettare regole tecnologiche attraverso sanzioni e controlli sulle esportazioni. Ma non possono più governare il mondo nel senso in cui lo hanno fatto nel secondo dopoguerra. Non possono più costruire un ordine internazionale basato su regole condivise e accettate da tutti. Possono solo gestire il disordine, contenere le crisi, impedire che i rivali crescano troppo.
E forse è questo il vero significato della “riorganizzazione imperiale” di cui parla D’Eramo: non un ritorno all’egemonia globale, ma l’accettazione di una forma di dominio più limitata, più brutale, meno universale. Un impero che non promette più un ordine liberale basato su diritti e mercati, ma solo stabilità per chi accetta la sua protezione e caos per chi la rifiuta.
Resta da vedere se questa forma di dominio possa durare. Se un impero senza legittimità, senza attrattiva, senza una visione condivisa del futuro possa davvero tenere insieme un mondo così diviso. O se, alla fine, la perdita di senso non finirà per erodere anche la potenza materiale, trasformando il gigante in un colosso dai piedi d’argilla.
Per ora, una cosa è certa: il dibattito sul declino americano continuerà. Continuerà perché risponde a un bisogno profondo di credere che nulla dura per sempre, che ogni potenza prima o poi cade, che la Storia ha ancora un senso. Ma forse dovremmo smettere di chiederci quando l’America cadrà, e cominciare a chiederci cosa verrà dopo. Perché se nessuno può davvero sostituirla, il rischio non è un nuovo impero, ma l’assenza di qualsiasi ordine. E in quel vuoto, ciò che cresce non è la pace, ma il caos.
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