Putin incassa miliardi dal petrolio via mare, mentre l’Europa lascia scorrere quelle rotte e finisce per spendere la stessa cifra per sostenere Kiev.
Il cosiddetto piano di pace russo-americano per l’Ucraina diffuso in questi giorni assomiglia a un paradosso diplomatico. In gran parte d’Europa prevale l’idea che quel progetto premi l’aggressore e colpisca la vittima, mentre la struttura del documento appare in contraddizione con il principio fondamentale del diritto internazionale, quello che vieta di ridisegnare i confini con la forza. Il testo accenna a future garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ma le formule restano vaghe, e l’esperienza recente dimostra quanto queste promesse vengano protette con scarso zelo da chi dovrebbe sostenerle.
Mark Champion di Bloomberg ha descritto il piano come una bozza indecente: una capitolazione imposta a Kiev in nome del tornaconto, una sorta di patto di spartizione in cui ciascuno dei due sponsor punta a un dividendo diverso, territoriale o commerciale. Una vergogna, scrive.
Difficile non condividere la valutazione. Ripetere questi giudizi, oppure provare a inseguire Washington con un piano alternativo – strategia che i governi europei hanno tentato di imboccare da Ginevra – produce un effetto sterile. Il punto centrale è un altro: ancora una volta l’Europa è rimasta spiazzata. Accetta pulsioni esterne, reagisce in affanno, affida la propria posizione a correzioni tardive e prive di un disegno coerente. La responsabilità ricade su di noi. Il cinismo di Donald Trump lascia poco margine all’immaginazione. L’evoluzione autoritaria di Vladimir Putin richiama i profili peggiori dei dittatori del Novecento. Tuttavia questa ennesima crisi diplomatica, insieme alla condizione drammatica dell’Ucraina, affonda le radici in una debolezza europea che si ripete da anni. Basta guardare ai mari che delimitano il nostro spazio strategico per comprenderlo.
Lo stretto di Bab el-Mandeb, accesso al Mar Rosso e a Suez, misura venticinque chilometri nel punto più stretto eppure gli Houthi bloccano da due anni la maggioranza dei transiti diretti verso l’Europa. Lo stretto che collega il Baltico al Mare del Nord, tra Danimarca e Svezia, si riduce a quattro chilometri di ampiezza, integralmente in acque della Nato e dell’Unione europea. Una posizione ideale per esercitare autorità marittima. Eppure il flusso di petrolio russo continua a scorrere, con esportazioni per decine di miliardi di euro l’anno: praticamente la stessa cifra che destiniamo a Kiev per cercare di contenere l’aggressione di Mosca.
Il paradosso è evidente: gli Houthi, privi di un’economia strutturata, privi di uno Stato e di una catena di comando moderna, riescono a influenzare una rotta fondamentale per l’Europa più di quanto l’Europa influisca sul Baltico, casa nostra. La provocazione è voluta, perché il tempo delle sfumature diplomatiche si è dissolto da un pezzo. I fatti parlano. E dicono che, dopo anni di sanzioni su centinaia di petroliere russe, tetti al prezzo del greggio e una lunga sequenza di misure collegate agli idrocarburi di Mosca, il risultato rimane deludente.
I dati raccolti dall’economista ucraino Andriy Klymenko e dal team di Black Sea News, basati sul monitoraggio diretto dei traffici, raccontano che le esportazioni di greggio russe sono in aumento. Ventuno milioni di tonnellate a gennaio, ventidue in agosto, ventitré in settembre, con una stima in ulteriore crescita per ottobre. La fonte principale di questo flusso è il Mar Baltico, attraverso i porti di Primorsk e Ust-Luga, da cui parte almeno metà delle spedizioni dirette verso il resto del mondo. Una rotta che vale circa cinquantacinque miliardi di euro l’anno ai prezzi attuali. Novorossisk, nel Mar Nero, rappresenta la seconda direttrice, ma i bombardamenti ucraini la rendono sempre meno affidabile. Le vie artiche, la rotta di Sakhalin e gli oleodotti verso Cina e Ungheria svolgono un ruolo secondario rispetto al Baltico.
L’equilibrio dell’intero progetto geopolitico di Putin poggia su un centinaio scarso di petroliere di greggio e una sessantina di navi di prodotti raffinati che attraversano ogni mese il passaggio tra Copenaghen e Malmoe. Un varco di pochi chilometri da cui dipende la principale fonte di finanziamento della guerra.
Lo scenario economico russo rafforza questo punto. L’economia viaggia ormai ben al di sotto dell’1% di crescita, con una dinamica dimezzata rispetto a inizio anno. L’inflazione sfiora il 10%. Diciassette dei ventiquattro settori industriali risultano in recessione, gli altri rallentano. Le banche segnalano un aumento dei crediti deteriorati, mentre il deficit pubblico aumenta e diventa più oneroso. La Russia non appare prossima a un collasso, però un calo deciso delle entrate petrolifere – che garantiscono circa un quarto del bilancio federale – limiterebbe la capacità di Mosca di imporre condizioni al tavolo diplomatico. Per questo il transito di quelle petroliere nel Baltico ha un valore enorme. E per questo le esitazioni europee finiscono per compensare l’aggressione che cerchiamo di contenere.
Che cosa fanno gli Stati europei per limitare realmente quel traffico? Quasi nulla. Le petroliere sotto sanzioni, le navi senza assicurazione, quelle prive di bandiera o con bandiere fittizie continuano a passare senza impedimenti. Tutto viene giustificato invocando la convenzione Onu sulla libertà di navigazione, che in questo contesto diventa un alibi giuridico.
I numeri di settembre mostrano l’entità del problema: 94 petroliere di greggio hanno attraversato lo stretto baltico. Tre senza bandiera, sei con bandiere false, quindici inserite nelle liste nere internazionali per condizioni tecniche critiche, 38 sottoposte a sanzioni europee e occidentali. Tutte in transito senza ostacoli, perché la normativa vieta l’attracco nei porti europei, non il semplice passaggio.
Basterebbero regole diverse. Se l’Europa fermasse nel Baltico le petroliere sanzionate, quelle prive dei requisiti ambientali, quelle senza bandiera o con bandiere fraudolente, in settembre ne avrebbe bloccate circa sessanta: un terzo dell’intero export russo. L’Estonia ha provato a farlo, sequestrando una petroliera senza bandiera. Il proprietario ha cambiato nome alla nave, le ha attribuito una bandiera africana e l’ha fatta ripartire. La Francia l’ha poi fermata a Brest dopo aver scoperto che la nuova registrazione era falsa. Un tribunale l’ha rilasciata nel giro di quarantotto ore.
Episodi del genere si ripetono, mentre cresce il rischio ambientale legato alla cosiddetta flotta fantasma russa, un insieme di navi tra le 600 e le 1.400 unità, spesso troppo vecchie per ottenere coperture assicurative. Un quinto del parco mondiale in mano a operatori che aggirano sanzioni e controlli. Incidenti in mare si susseguono lontano dai riflettori, come mostrato dalla lunga scia di petrolio lasciata dalla Aruna Gulcay lo scorso febbraio in Adriatico, vicino a Ravenna.
Perché allora i governi europei non esercitano un vero controllo nel Baltico? Perché preferiscono evitare droni sugli aeroporti, sabotaggi ferroviari, cavi sottomarini tranciati, caccia russi in scorta alle petroliere – episodio registrato persino nelle acque estoni. Le ben note ritorsioni ibride di Mosca. Non sorprende che la Danimarca, crocevia del passaggio, sia diventata negli ultimi mesi il bersaglio principale delle interferenze. Un avvertimento chiaro, recepito da tutti.
Il risultato è una linea d’azione esitante. L’Europa sostiene Kiev, però con risorse diluite da scelte che ne neutralizzano l’effetto. Il resto lo fanno Putin e Trump, che presentano piani di pace confezionati su misura per i loro interessi, sfruttando ogni debolezza europea.
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