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Oggi è il 30 Novembre e mancano 51 giorni all'insediamento.
Buongiorno reader e bentornato a ROAD TO USA 2024, la newsletter settimanale di Avada Author con gli approfondimenti, l'analisi delle notizie e le storie più interessanti della campagna elettorale americana.
Donald Trump ha annunciato mercoledì che Keith Kellogg, un generale in pensione che aveva già lavorato nella sua prima amministrazione, sarà il suo inviato speciale per Russia e Ucraina. Kellogg, dice Trump, avrà un ruolo chiave nel piano per mettere fine rapidamente alla guerra in Ucraina.
Intanto, il presidente eletto ha quasi completato le scelte per il suo gabinetto, includendo ruoli cruciali per il suo programma economico. Ha nominato Jamieson Greer, avvocato ed ex funzionario nella sua passata amministrazione, come rappresentante commerciale degli Stati Uniti, incaricato di negoziare accordi e imporre nuove tariffe a Canada, Messico e Cina.
Iniziamo!

UNA LEADERSHIP ADATTABILE

Trump che fa Trump
Le due anime del trumpismo
La scorsa settimana vi ho parlato di quanto Trump e il suo entourage siano convinti che le difficoltà della sua prima amministrazione siano state causate da un “deep state” ostile. Questo punto di vista, però, sembra ignorare come molti dei problemi siano derivati direttamente dal suo approccio alla politica e alla gestione del potere. Il trumpismo, infatti, si basa su alcuni princìpi centrali - la fedeltà personale al leader, il nazionalismo e un orientamento illiberale - ma non possiede una visione politica strutturata o coerente.

Si può pensare a Trump come a una figura politica "adattabile", una sorta di scatola vuota che viene riempita, di volta in volta, da finanziatori, elettori, leader di partito e altri soggetti influenti con idee e progetti diversi. In campagna elettorale, questa elasticità si traduce in dichiarazioni che spesso sono in contraddizione tra loro. Eppure, paradossalmente, questo viene percepito come un punto di forza: il movimento appare aperto e inclusivo, una qualità che si contrappone alla maggiore rigidità ideologica attribuita al Partito Democratico. Inoltre, l’ostilità verso la sinistra diventa un collante che unisce gruppi e individui con interessi anche molto diversi.

In questo contesto, chi ha un peso significativo – come Elon Musk o altri grandi imprenditori – tende a sostenere Trump non tanto per le sue idee, ma per l’opportunità di influenzare le scelte politiche una volta al potere.

Questa flessibilità, che in campagna elettorale può essere un vantaggio, diventa un problema quando si tratta di governare. Le nomine e le decisioni chiave si basano spesso sul grado di fedeltà personale piuttosto che su competenze o visioni politiche coerenti. Questo crea inevitabilmente disaccordi tra correnti interne che spingono in direzioni opposte, contribuendo al caos politico.
Un esempio di queste tensioni è evidente già nelle nomine attuali. Si prevede che la prossima amministrazione sarà segnata dalle stesse contraddizioni che hanno caratterizzato la prima, come ha spiegato Zack Beauchamp su Vox. Alla base c’è una differente interpretazione di cosa rappresenti il trumpismo e di quali priorità debba avere.

Secondo Beauchamp, si possono distinguere due grandi fazioni all’interno del movimento. L’ala libertaria e pro-business è rappresentata da Elon Musk, Vivek Ramaswamy e le élite economiche repubblicane. Questa fazione vede il trumpismo come un’opportunità per ridurre il ruolo dello Stato, promuovere il libero mercato e favorire l’innovazione. I loro obiettivi principali includono massicci tagli fiscali e un ridimensionamento del governo federale, anche attraverso la riduzione dei programmi di assistenza sociale.

La seconda fazione è rappresentata dai nazionalisti e conservatori sociali di cui fanno parte personaggi come Stephen Miller, che promuove politiche protezionistiche, espulsioni di massa degli immigrati e un’agenda più incentrata sul conservatorismo cristiano. Questi esponenti non vedono di buon occhio il libero mercato, sostengono i dazi e le restrizioni sull’immigrazione e, in alcuni casi, sono disposti a limitare il potere delle grandi aziende per preservare la coesione sociale, ma che potrebbero entrare in conflitto con gli interessi economici dei primi.

Le divergenze tra queste due anime si riflettono anche in politica estera. Da un lato, ci sono personalità come Marco Rubio (Segretario di Stato) e Michael Waltz (Consigliere per la Sicurezza Nazionale), che sostengono un approccio aggressivo per mantenere la supremazia globale degli Stati Uniti, contrastando rivali come Cina e Russia. Dall’altro lato, figure come Pete Hegseth (Segretario alla Difesa) e Tulsi Gabbard (Direttora dell'Intelligence), vicine all’approccio “America First”, preferiscono una politica estera più isolazionista, concentrandosi sulla sicurezza interna e sugli interessi nazionali ristretti, persino con proposte aggressive tipo l'intervento militare in Messico.

Queste contraddizioni non sembrano destinate a risolversi, anche perché Trump stesso non ha una visione chiara e tende a prosperare nel caos.

L’organizzazione della nuova amministrazione ha già mostrato segni di disordine. Trump sta ignorando alcune prassi consolidate per garantire una transizione ordinata, come i controlli dell’FBI sulle persone nominate a ruoli chiave, necessari per verificare eventuali conflitti di interesse o rischi per la sicurezza nazionale.

Questo ha già portato a problemi significativi. Ad esempio, Matt Gaetz, inizialmente scelto come ministro della Giustizia, ha dovuto ritirare la propria candidatura a causa di accuse di condotta inadeguata, ed è stato sostituito da Pam Bondi, ex procuratrice generale della Florida. Altri nomi, come Pete Hegseth, sono già in bilico per motivi simili.

Anche la nomina di figure come Chris Wright, imprenditore dell'industria energetica e negazionista climatico al dipartimento dell’Energia; al Tesoro (cioè ministro dell'economia) ha nominato Scott Bessent, gestore di un hedge fund favorevole ai tagli allo stato sociale, alla deregolamentazione economica e ai dazi sulle merci importate; l'ex capa del wrestling americano Linda McMahon al dipartimento dell’Istruzione, o Mehmet Oz (al Medicare e Medicaid), riflette una tendenza a privilegiare la lealtà e l’ideologia rispetto alle competenze specifiche.

Nonostante i collaboratori di Trump insistano sul fatto che questa amministrazione sarà più efficiente della prima, le premesse non sembrano confermarlo. Le contraddizioni ideologiche, l’approccio poco strutturato e le difficoltà organizzative potrebbero riproporre le stesse dinamiche caotiche che hanno segnato il suo primo mandato. La vera sfida sarà capire se questa volta Trump riuscirà a imporre un minimo di coerenza e disciplina a un movimento che si nutre delle proprie contraddizioni.
LA CINGHIA DI ELON MUSK
Elon Musk sarà a capo del DOGE, il Department of Government Efficiency creato da Donald Trump
Si chiama Doge, e il nome appare particolarmente evocativo. Il tono è solenne, quasi istituzionale, richiamando un’idea di autorità che sembra appartenere a un’altra epoca. Il manifesto del nuovo Department of Government Efficiency, creato da Donald Trump e guidato da Elon Musk e Vivek Ramaswamy, è un documento ambizioso, che punta a riformare radicalmente la gestione della spesa pubblica federale. Si tratta di una visione che, seppur audace, solleva domande sulla sua effettiva realizzabilità e sugli impatti concreti che potrebbe generare.

L’obiettivo principale, dichiarato proprio da Elon Musk durante la campagna elettorale, è ridurre la spesa pubblica di 2.000 miliardi di dollari entro diciotto mesi, una cifra imponente che corrisponde a circa un terzo del bilancio federale. Per mettere questa cifra in prospettiva, è utile analizzare la composizione del bilancio stesso: quasi la metà è destinata a programmi di trasferimenti alle famiglie, come Medicare e Medicaid, circa 1.100 miliardi vanno agli stati e una quota analoga copre gli interessi sul debito pubblico. La parte che può essere gestita direttamente attraverso riforme amministrative è quindi limitata a circa 1.300 miliardi, suddivisi tra spese per beni e servizi e salari dei dipendenti pubblici.

Anche considerando scenari estremi, come l’eliminazione completa delle spese per beni e servizi o la riduzione drastica del personale pubblico, la meta resta estremamente difficile da raggiungere. Questo suggerisce che il piano necessiterebbe di una revisione dettagliata per definire misure più realistiche e sostenibili.

Nel dettaglio, il manifesto propone di concentrarsi sull’eliminazione degli sprechi. Tuttavia, i dettagli su cosa venga considerato “spreco” rimangono vaghi. Tra gli esempi forniti figurano tagli a finanziamenti come i 535 milioni di dollari per la Corporation for Public Broadcasting e 300 milioni per organizzazioni come Planned Parenthood. Nonostante questi numeri possano sembrare significativi, rappresentano una frazione minima rispetto ai tagli complessivi previsti.

Un altro aspetto centrale riguarda la semplificazione normativa, con l’obiettivo di ridurre le regole considerate obsolete o non essenziali. Si tratta di un approccio che, se attuato con equilibrio, potrebbe snellire i processi burocratici e rendere più accessibile l’interazione tra cittadini, imprese e amministrazioni. Ad ogni modo, un’operazione di questa portata richiederebbe una valutazione attenta per evitare effetti indesiderati sul funzionamento dei servizi pubblici.

Anche la riduzione del personale pubblico è menzionata come elemento chiave. Negli Stati Uniti, comunque, il numero di dipendenti pubblici è già significativamente più basso rispetto alla media dei paesi OCSE. Inoltre, il settore pubblico americano si distingue per un tasso di assenteismo inferiore rispetto al settore privato, un dato che suggerisce una certa efficienza nell’utilizzo delle risorse umane disponibili.

In generale, l’ambizione del piano si accompagna a sfide significative. Se implementate con una visione pragmatica e basate su analisi rigorose, alcune delle proposte potrebbero rappresentare opportunità per migliorare il sistema amministrativo. Ciononostante, l’efficacia complessiva del progetto dipenderà dalla capacità di bilanciare riforme ambiziose con la tutela delle funzioni fondamentali delle istituzioni pubbliche.
UNA CASA BIANCA DI NOME MAR-A-LAGO
Il club Mar-a-Lago a Palm Beach, Florida
Mar-a-Lago, la lussuosa residenza di Donald Trump in Florida, è di nuovo al centro della politica americana dopo la sua vittoria alle elezioni. Da sempre, il club privato è il luogo d'incontro di finanziatori, politici, membri del futuro governo e figure di spicco della destra statunitense. Trump vive lì stabilmente dal 2021, ma la villa è stata un punto fermo anche durante la sua prima presidenza, quando ha ospitato incontri di alto livello, ad esempio con il presidente cinese Xi Jinping. Per i media è la “seconda Casa Bianca” o la “Casa Bianca invernale”, un soprannome che richiama l’idea originale della sua prima proprietaria, Marjorie Merriweather Post, che negli anni Sessanta espresse il desiderio di regalarla alla sua morte al governo federale proprio per questo scopo.

Mar-a-Lago si trova a Palm Beach, una cittadina di ultra-ricchi sulla costa della Florida, tra il lago Worth e l’oceano Atlantico. Post, erede di un’enorme fortuna alimentare (dapprima Postum Cereal Company, poi General Foods, infine la notissima Kraft), fece costruire la villa negli anni Venti, spendendo 7 milioni di dollari (più di 120 milioni attuali). Il risultato fu un’opera straordinaria: 58 camere da letto, 33 bagni, soffitti alti una dozzina di metri e un salone da 1.800 metri quadri decorato con sete veneziane, piastrelle spagnole e marmi italiani. Post amava usarla per eventi mondani e cause benefiche, ma dopo la sua morte la villa divenne un problema per gli eredi. Nonostante il tentativo di donarla al governo federale, la proposta fu respinta per via dei costi di gestione proibitivi.

Negli anni Ottanta, Mar-a-Lago finì sul mercato. Dopo diverse offerte fallite, fu acquistata da Trump nel 1985 per 8 milioni di dollari, una cifra incredibilmente bassa considerando l’opulenza della proprietà. Una manovra decisiva fu l'acquisto della spiaggia antistante, che Trump minacciò di bloccare la visuale dell'oceano con la costruzione di grattacieli per abbassare il valore della villa e spaventare altri acquirenti. In seguito, per far fronte alle sue difficoltà finanziarie, Trump cercò di dividere la villa in dieci proprietà, ma il consiglio comunale di Palm Beach si oppose. Alla fine, Trump fu costretto a trasformare la residenza in un club privato, con una clausola specifica, chiesta dalle autorità, che impediva ai soci di viverci tutto l’anno.

Oggi, entrare a far parte del club è un lusso: la quota iniziale è di 200mila dollari, più 14mila dollari l’anno, senza contare i 2mila dollari a notte per dormire lì. I soci, circa 500, godono di strutture adeguate al loro status: piscine, campi da tennis e una spiaggia privata. Durante la presidenza Trump, la domanda di adesione è schizzata alle stelle: far parte del club significa trovarsi vicini al cuore della politica conservatrice americana.

Trump stesso risiede in un'area riservata della villa, aggirando il divieto legale grazie a una norma che consente ai dipendenti dei club privati di abitare sul posto: i suoi avvocati lo hanno definito “un dipendente con ruoli di supervisione”. Si fa spesso vedere nelle aree comuni del club, dove interagisce con i soci e, a volte, si improvvisa deejay. La sua presenza attira costantemente ospiti, rendendo Mar-a-Lago un centro di vita sociale e politica.

La residenza è stata anche teatro di controversie legali. Nel 2022 l’FBI l’ha perquisita, trovando documenti riservati che Trump avrebbe sottratto dalla Casa Bianca. Il caso è poi stato archiviato da una giudice. Più recentemente, in un processo civile a New York, è emerso che Trump aveva gonfiato il valore della proprietà fino a 739 milioni di dollari, mentre la procura la valutava attorno ai 75 milioni. Nonostante queste vicende, Mar-a-Lago rimane un simbolo del potere e del lusso che Trump ha saputo sfruttare come pochi.

LE ACCUSE CONTRO TRUMP SONO STATE ARCHIVIATE

Jack Smith
Il procuratore speciale Jack Smith
Il procuratore speciale del dipartimento di Giustizia Jack Smith, ha chiesto ufficialmente di archiviare due procedimenti contro Donald Trump. I casi erano quelli per l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, quando Trump cercò di ribaltare il risultato delle elezioni del 2020, e sulla gestione dei documenti riservati che teneva nella sua villa a Mar-a-Lago, in Florida. La mossa era quasi inevitabile dopo la vittoria di Trump alle presidenziali, visto che la politica del Dipartimento di Giustizia impedisce l’incriminazione di un presidente in carica. Inoltre, la Corte Suprema ha emesso una sentenza che rafforza l’immunità legale degli ex presidenti per le azioni compiute durante il mandato, riducendo ulteriormente la possibilità di perseguire Trump.

Smith, nella sua richiesta, ha spiegato chiaramente che la norma non lascia margine: non conta quanto siano gravi le accuse, quante prove ci siano o quanto sia solida l’azione penale. Eppure, ha voluto precisare che le accuse potrebbero essere ripresentate una volta che Trump finirà il mandato, fra quattro anni.

Smith si era opposto con tutti i mezzi a sua disposizione pur di non fermare i processi, anche quando la Corte Suprema e alcuni giudici federali hanno chiesto di chiudere le indagini. Ma l’elezione di Trump ha cambiato tutto: da ex presidente è tornato a essere presidente eletto, e questo ha messo fine a ogni possibilità concreta di andare avanti con i casi. Pochi giorni dopo le elezioni, Smith aveva già chiesto di sospendere il processo per l’assalto al Congresso per prendersi del tempo e valutare le opzioni, ma ormai la direzione era chiara.

La richiesta di archiviazione sarà quasi sicuramente accolta. Per ora, quindi, i procedimenti si fermano qui, anche se Smith ha lasciato aperta una porta per il futuro.

Questi sviluppi hanno alimentato il dibattito sull’efficacia del sistema giudiziario nel garantire la responsabilità delle più alte cariche dello Stato. Nonostante Smith avesse cercato di mantenere il suo lavoro distante dalle dinamiche politiche, Trump è riuscito a trasformare l’indagine in un terreno di scontro elettorale, posizionando gli elettori tra sé e i suoi accusatori. Smith lascerà il Dipartimento di Giustizia dopo aver presentato l'ultimo rapporto, quello finale, anche se ormai serve a poco.
COSE DA SAPERE
  • Alcune persone nominate da Trump per far parte del suo governo, hanno subito "minacce violente e antiamericane alle loro vite e a coloro che vivono con loro". Nello specifico, le persone coinvolte hanno subito minacce-bomba e swatting.
  • Cos'è lo swatting, la tattica utilizzata per prendere di mira le scelte del gabinetto Trump.
  • Radio Mambí ha dato vita alla politica cubana nel sud della Florida. Ora è una piattaforma per il trumpismo, anche se è di proprietà dei democratici. La disinformazione ha trasformato la politica di Miami.
  • Trump ha incontrato la presidente messicana Claudia Sheinbaum per via dei dazi che il presidente eletto aveva minacciato di introdurre a meno che le autorità messicane non avessero impedito ai migranti e alla droga di attraversare il confine.
PER OGGI È TUTTO.
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