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Questa è USA 2024, la newsletter settimanale di Avada Author con gli approfondimenti, l'analisi delle notizie e le storie più interessanti della campagna elettorale americana.
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Oggi è il 02 Novembre e mancano 3 giorni alle elezioni.
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Buongiorno reader e bentornato a USA 2024.
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Ci siamo, tra tre giorni sapremo chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti.
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L’incertezza però rimarrà fino allo spoglio delle schede: Harris e Trump sono testa a testa nei sondaggi, ma l’elettorato resta fermo sulle proprie posizioni, sempre più diviso e sempre meno disposto a cambiare idea. Le divisioni appaiono sempre più profonde e difficili da superare. Nel tentativo di comprendere le ragioni alla base del voto, si naviga a vista: le motivazioni degli americani sono diverse e contraddittorie, rendendo complesso prevedere la logica che guiderà la scelta finale di ciascun elettore. Nel nostro piccolo tenteremo di spiegare le origini di queste incertezze.
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reader, colgo l’occasione per avvisarti che su Avada Author, dalle 23 circa del 5 novembre, seguiremo la notte elettorale in tempo reale con proiezioni, risultati e analisi man mano che arrivano dagli Stati Uniti.
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LE NOTIZIE DI QUESTA SETTIMANA
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Con l'avvio della campagna elettorale del 2024, Joe Biden aveva dato il via a un anno che si preannunciava particolarmente acceso. "Chi siamo?", aveva chiesto a gennaio ponendo una domanda interessante ma anche piuttosto strana.
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Fino a pochi anni fa, le elezioni negli Stati Uniti ruotavano più intorno a questioni politiche che a questioni esistenziali come il destino della democrazia o il significato stesso dell'America. Prima del 2010, i temi di scontro tra democratici e repubblicani riguardavano argomenti come la riforma sanitaria o le aliquote fiscali. Dibattiti importanti, certo, ma che non mettevano a rischio la tenuta della repubblica. Gli americani, senza saperlo, vivevano in tempi meno tesi.
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La polarizzazione è la nuova normalità
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La polarizzazione non è più solo una fase passeggera, ma il contesto in cui tutto si svolge: è la nuova normalità. Le persone hanno visioni completamente diverse su cosa sia giusto, vero e importante. I dibattiti non riguardano più solo politiche su cui si può trovare un compromesso, ma questioni che sembrano, o sono percepite, come esistenziali. Non c'è più spazio per un semplice disaccordo.
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In un paese vasto e diversificato come gli Stati Uniti, è normale che ci siano differenze, anche profonde. Il problema nasce quando il disaccordo si trasforma in disgusto, e la politica diventa una sorta di crociata dove l'obiettivo non è discutere ma annientare l'avversario. Troppi americani vedono chi sta dall'altra parte come nemici e non più come semplici avversari politici.
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Man mano che ci avviciniamo al 5 novembre, il messaggio è chiaro. La posta in gioco non potrebbe essere più alta, non è solo una semplice elezione: è la democrazia stessa che sembra essere in bilico. Non sono solo i politici a dirlo, anche gli elettori condividono questo timore. In un sondaggio della NBC, l'80% di democratici e repubblicani hanno dichiarato che il partito opposto rappresenta una minaccia diretta alla sopravvivenza dell'America. Con queste convinzioni in testa, diventa sempre più difficile accettare i risultati elettorali, soprattutto quando il proprio candidato perde. E statene certi: prima o poi, perde.
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Anche perdere è diventato più difficile
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La maggioranza dei repubblicani crede ancora che le elezioni del 2020 siano state rubate. Alcuni analisti suggeriscono che questi risultati vadano presi con cautela e affermano che molti elettori potrebbero aver trollato i sondaggisti, sostenendo che le elezioni siano state truccate solo per dare un segnale anti-establishment. Cionondimeno, anche questa lettura più ottimista conferma un crescente disprezzo per le istituzioni.
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Non sono solo i repubblicani a dubitare della legittimità elettorale. Anche alcuni democratici, come Hillary Clinton, hanno insinuato che le elezioni del 2016 siano state "rubate", definendo Trump un "presidente illegittimo". Nel 2016, un sondaggio post-elettorale ha rilevato che il 52% dei democratici riteneva probabile che la Russia avesse manipolato i voti. Sebbene non ci sia paragone con l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, è comunque vero che la resistenza dei democratici ad accettare la vittoria di Trump ha contribuito a una spirale di radicalizzazione, dove ogni partito reagisce ai peggiori eccessi dell'altro.
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La polarizzazione, purtroppo, potrebbe peggiorare. I giovani americani, in particolare, sembrano meno disposti a tollerare opinioni diverse dalle proprie. Un sondaggio del 2021 tra studenti universitari ha mostrato che il 30% dei democratici non lavorerebbe mai per qualcuno che ha votato per il candidato opposto, e il 71% ha dichiarato che non uscirebbe con qualcuno che ha sostenuto l’altro partito.
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Le cause di queste divisioni sono profonde e difficili da invertire. Derivano da cambiamenti strutturali nella società americana, come l'aumento della secolarizzazione e il riallineamento politico lungo linee educative più che di classe. Anche i partiti hanno cambiato approccio. Il GOP ha ammorbidito le sue posizioni più rigide su temi economici - come la privatizzazione dell'assistenza sociale - ma questo ha portato a una polarizzazione su temi ancora più sovversivi come cultura, religione e razza.
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Sentirsi dalla parte giusta della storia
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La vera radice della polarizzazione, però, è nella natura umana. Pensare che la posta in gioco sia così alta è più eccitante di una botta di adrenalina nel cuore. Se credi davvero che l'altra parte metta a rischio il tuo modo di vivere, sentirsi "dalla parte giusta della storia" diventa più esaltante di qualsiasi altra sensazione. Definiamo chi siamo in base a chi ci opponiamo. È come se vivessimo tempi storici più intensi, più reali. E forse, proprio per questo, è così difficile scendere a compromessi: "ci sentiamo davvero vivi quando tutto intorno a noi sembra esplodere", scrive Kevin Rozario.
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La polarizzazione nella politica, per quanto possa sembrare negativa, non è sempre un male. Le differenze profonde sono il cuore pulsante di una democrazia sana, che si basa proprio sulla competizione accesa tra idee e candidati. Le questioni più grandi della vita e della politica ci portano inevitabilmente a scontri di opinione, perché toccano le nostre convinzioni morali e filosofiche più radicate.
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Molti pensano che l'alto livello di polarizzazione di oggi sia un'eccezione e che si tornerà presto alla normalità, magari quando Trump uscirà di scena. Ma potrebbe essere che l'eccezione sia già passata, ad esempio nel periodo del secondo dopoguerra quando la minaccia del comunismo creava l'illusione di un consenso più ampio di quanto ci fosse davvero.
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Il diritto di fare la scelta sbagliata
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Negli ultimi vent'anni, la rapida secolarizzazione – con il calo senza precedenti dei fedeli nelle chiese americane – ha aggiunto ulteriore instabilità sociale. Con la scomparsa di una cultura cristiana condivisa e la fine della Guerra Fredda, gli americani si sono resi conto di non avere più gli stessi ideali a cui aggrapparsi, né un nemico comune contro cui unirsi. L'aspetto positivo è che questo ha dato spazio a una maggiore diversità razziale e religiosa come non si era mai vista dai movimenti politici degli anni '60.
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In fondo, tutta la politica ha a che fare con l'identità. E oggi, in un'epoca di cambiamenti demografici rapidi, le identità – e il tribalismo che ne deriva – contano più che mai. Numerosi studi dimostrano quanto siano forti le lealtà di gruppo, che siano etniche, religiose o politiche. Il fattore più importante nei giudizi degli elettori è il loro attaccamento sociale e psicologico ai gruppi.
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Forse, questo è semplicemente ciò che sono gli Stati Uniti. O ciò che sono diventati. Se il tribalismo dell'era Trump, e del post-Trump, è la nuova normalità, allora non se ne andrà con queste elezioni, né con le prossime. Le divisioni profonde sono reali e sono qui per restare. Certo, la posta in gioco è alta. Ma non tutto è in gioco. In una democrazia, per quanto imperfetta, nessuna sconfitta è per sempre e nessuna vittoria è definitiva. Se molti americani scelgono di votare Trump, ci sarà un motivo. È una loro scelta, e cos'è la democrazia se non il diritto anche di fare la scelta sbagliata? Non è certo la fine del mondo e mai lo sarà. Anche se questa sembra essere l'elezione più importante di tutte, la prossima lo sarà di più e non sarà di certo l'ultima.
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SWING STATES
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Lo scorso mese, il New York Times aveva puntato i riflettori sui quattro stati indecisi che sembravano destinati a fare la differenza nelle elezioni: Georgia, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin. Ma, in uno scenario elettorale così volatile, non sorprende che un altro stato sia saltato fuori come potenziale ago della bilancia per Kamala Harris: il Michigan. Non a caso questa settimana Harris è stata proprio lì, in Michigan.
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Il Michigan, subito dopo la Pennsylvania, è tra quelli dove sia Harris che Trump hanno investito di più in pubblicità televisiva. È anche l'unico luogo in cui entrambi i candidati, con i rispettivi vice, hanno programmato eventi pubblici e dove gli Obama si faranno vedere al fianco dei democratici. Harris e Trump hanno già tenuto due comizi ciascuno, e l'attenzione è tutta sui Grandi Laghi.
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Per Harris, la via più rapida per arrivare alla Casa Bianca passa da Pennsylvania, Wisconsin e Michigan, storici bastioni democratici essenziali nelle scorse vittorie. Se perdesse la Pennsylvania, dovrà vincere in stati come Georgia e North Carolina o Arizona e Nevada, o qualsiasi altra combinazione che riguarda almeno due di questi quattro stati. Il problema è che i sondaggi danno questi stati, ma proprio tutti, appannaggio di Trump con margini che vanno da 0,5 a 2 punti percentuali. Harris è in corsa solo in Michigan e Wisconsin con un punto di vantaggio in entrambi. Dovessero rimanere così, Trump porterebbe a casa 68 grandi elettori ed Harris solo 25. Numeri che farebbero guadagnare all'ex presidente 287 grandi elettori e la rielezione.
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Dopo le due ultime elezioni presidenziali, i sondaggisti americani si sono trovati a dover riconsiderare metodi e parametri per evitare altre previsioni errate. Sono passati dalle chiamate telefoniche casuali all'uso di SMS, posta e panel di probabilità, migliorando così la diversità del campione. Hanno inoltre iniziato a ponderare i dati con un sistema chiamato "voto di richiamo", che riduce l’errore pro-Trump tenendo conto della fedeltà all'ultimo voto. Al contempo, nuovi dati sull'affluenza e la registrazione al partito aiutano a migliorare la rappresentatività dei sondaggi.
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Questo aggiustamento riequilibra i numeri, portando maggiore stabilità e riducendo gli errori evidenti, come quelli avvenuti in Wisconsin nel 2020.
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Un'altra grande novità è il cambiamento nella "composizione" dei sondaggisti. Alcuni istituti che hanno sbagliato clamorosamente in passato hanno smesso di fare sondaggi presidenziali, mentre altri produttori di sondaggi sono quasi scomparsi, lasciando spazio a istituti nuovi o indipendenti che equilibrano meglio le medie. Questo panorama più bilanciato sembra ridurre il rischio di altri grandi errori, anche se l'incertezza resta alta.
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Le modifiche fatte dai sondaggisti quest'anno potrebbero anche non garantire previsioni impeccabili, è impossibile dirlo con certezza. Tuttavia, molti di questi cambiamenti sono significativi e potrebbero davvero abbassare il rischio di un'altra figuraccia, pur senza garanzie assolute.
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MAGAverse
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Queste non sono elezioni normali
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A un candidato che ha un procedimento penale in corso per aver cercato di ribaltare le ultime elezioni, di solito non viene concessa la possibilità di vincere le prossime. Né, tantomeno, il discorso di chiusura dell'altra candidata si tiene solitamente nel luogo simbolo di quell’insurrezione. Tra l'altro, gli elettori americani non dovrebbero nemmeno farsi un'opinione sul fatto che il prossimo presidente possa usare il potere esecutivo per imprigionare i nemici politici o addirittura schierare l'esercito contro di loro. Il senso di straniamento si estende ben oltre le campagne dei due candidati. Gli Stati Uniti sono un Paese diviso e in stallo, costretto a riflettere sulla vera natura del potere presidenziale. Il clima elettorale è surreale perché questi non sono tempi normali e queste non sono elezioni normali.
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Donald Trump quest'anno ha usato per circa 1.700 volte parole “non presidenziali” in pubblico
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L'evento di Donald Trump domenica al Madison Square Garden è stato una cornucopia di crudezza, punteggiata da quel tipo di linguaggio che una volta sarebbe stato impensabile per un raduno tenuto per promuovere la candidatura di un aspirante presidente degli Stati Uniti. La parola “fuck” risuonava ovunque, il dito medio era l'unico usato, e l’allusione esplicita al sesso orale con la vicepresidente Kamala Harris è stata la più applaudita.
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Tra i più prolifici c'è stato un conduttore radiofonico che ha definito Hillary Clinton “una malata figlia di puttana” e l’intero partito democratico “un branco di degenerati, di feccia, di odiatori di ebrei”. Un sostenitore del movimento Make America Great Again ha lanciato il suo apparato riproduttivo e ha mostrato il dito medio ai democratici chiamando Trump “the greatest fucking president in the world”.
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Nate Silver ha realizzato un modello statistico* delle parole più usate dagli americani: fuck e son of a bitch hanno vinto per manifesta superiorità.
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In totale, analizzando gli interventi dei 17 oratori presenti, sono stati contati almeno 83 epiteti di varia natura. Una goduria.
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Alla folla però piace: al MSG, le migliaia di sostenitori hanno applaudito e riso dei vari “fuck” e “suck” e delle altre colorite espressioni di Trump e degli oratori prima di lui. Per loro, il candidato repubblicano è un vero uomo, uno che parla senza freni inibitori, che usa il linguaggio volgare come segno di autenticità. È uno così che vogliono alla Casa Bianca.
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*me lo sono inventato, Silver non ha realizzato nulla. Però potrebbe essere vero...
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I dati dal 27 al 31 ottobre andavano bene per Harris, ma il weekend ha riportato Trump in vantaggio. Un sondaggio in Pennsylvania di AtlasIntel, tradizionalmente più favorevole ai repubblicani, dava un vantaggio di due punti a Trump e un altro di Echelon Insights mostrava Harris addirittura in calo di 5 punti nello stesso stato. Sempre in Pennsylvania, nella media del Silver Bulletin, è avanti Trump di 0,8 punti ma è staccato in Wisconsin e Michigan dove Harris mantiene un piccolo ma costante vantaggio. Un sondaggio di CNN della scorsa settimana sugli elettori che hanno già votato ha visto in testa Harris: il 61% in Michigan, il 60 in Wisconsin e il 57 per cento in Pennsylvania hanno detto di aver dato il proprio voto per la vicepresidente democratica. Se perdesse la Pennsylvania, Harris dovrà vincere in stati come Georgia e North Carolina o Arizona e Nevada, o qualsiasi altra combinazione che riguarda almeno due di questi stati.
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Per capire come funziona l'elezione del presidente degli Stati Uniti e come interpretare i sondaggi, più in basso c'è lo spiegone breve mentre qui lo spiegone facile. I dati che trovi qui sotto sono medie dei sondaggi più recenti e si basano sul lavoro di Nate Silver. Vince chi arriva a 270.
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Ecco la situazione negli stati in bilico:
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- Arizona Trump 48.4% - Harris 47.6%
- Georgia Trump 49.1% - Harris 47.3%
- Nevada Trump 48.3% - Harris 47.8%
- North Carolina Trump 48.7% - Harris 47.4%
- Michigan Harris 48.3% - Trump 47.3%
- Pennsylvania Trump 48.4% - Harris 47.6%
- Wisconsin Harris 48.5% - Trump 47.8%
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All'inizio, nel vasto territorio americano, le persone delle campagne dovevano percorrere chilometri per arrivare ai seggi nelle città e votare; così, le prime elezioni presidenziali del 1788 durarono quasi un mese per dare tempo a tutti di partecipare. Nel 1845, per semplificare il processo, il Congresso fissò una data unica: il martedì dopo il primo lunedì di novembre. Il martedì era stato scelto perché la domenica era dedicata alla chiesa e il lunedì al viaggio, soprattutto per chi viveva nelle zone rurali.
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Col passare degli anni, poi, la necessità di votare anticipatamente è diventata più sentita ed è diventato un modo per garantire la partecipazione anche a chi non poteva presentarsi il giorno delle elezioni. In California, nel 1978, fu concesso per la prima volta il voto anticipato senza giustificazione, aprendo la strada a una pratica oggi comune in tutto il paese.
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E siamo arrivati ad oggi, dove il voto anticipato è un fenomeno osservato con grande attenzione: milioni di americani hanno già votato, e c'è un aumento tra i repubblicani negli stati chiave. È un cambio interessante perché, in passato, erano i democratici a preferire il voto anticipato. Questa volta, Trump ha incoraggiato i suoi a votare prima, anche se alterna messaggi confusi: da una parte spinge il voto anticipato, dall’altra solleva dubbi sui brogli. In realtà, gli studi mostrano che i brogli sono rarissimi, meno dello 0,00006% dei voti per corrispondenza.
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Ci si aspetta comunque un’affluenza parecchio alta, e sarebbe un’ulteriore dimostrazione della capacità di Trump di polarizzare e di mobilitare l’elettorato: il suo e, per riflesso, quello democratico.
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LE REGOLE DELLE ELEZIONI PRESIDENZIALI
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Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti funzionano attraverso un sistema particolare basato sul Collegio Elettorale. In pratica, gli elettori non votano direttamente per il presidente, ma scelgono i cosiddetti "grandi elettori", cioè i delegati di ogni stato, che sono proporzionati alla popolazione e corrispondono al numero di deputati eletti alla Camera dei Rappresentanti a Washington.
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La maggior parte degli stati adotta un approccio “winner-takes-all”, dove il candidato che prende anche un voto in più dell'avversario si porta a casa tutti i grandi elettori - ad eccezione di Maine e Nebraska che utilizzano il metodo proporzionale. Per diventare presidente ne servono 270 su un totale di 538 grandi elettori.
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Il vero scontro si gioca negli stati in bilico, conosciuti come "swing states". Quest'anno sono sette: Arizona, North Carolina, Georgia, Nevada, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Gli ultimi tre – Michigan, Wisconsin e Pennsylvania – sono i più determinanti poiché facevano parte del "Blue Wall", un gruppo di stati tradizionalmente democratici che Trump riuscì a strappare nel 2016.
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Le elezioni si tengono ogni quattro anni, il martedì dopo il primo lunedì di novembre. Dopo il voto popolare, i grandi elettori si riuniscono a dicembre per esprimere ufficialmente il loro voto, mentre il Congresso certifica i risultati a gennaio. In caso di pareggio o di stallo, è la Camera dei Rappresentanti a scegliere il presidente, mentre il Senato si occupa di eleggere il vicepresidente.
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Il giuramento del presidente degli Stati Uniti avviene il 20 gennaio, generalmente sulla scalinata del Campidoglio a Washington. Dopo il giuramento ha ufficialmente inizio il mandato presidenziale.
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