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Oggi è il 23 Novembre e mancano 58 giorni all'insediamento.
Buongiorno reader e bentornato a ROAD TO USA 2024, la newsletter settimanale di Avada Author con gli approfondimenti, l'analisi delle notizie e le storie più interessanti della campagna elettorale americana.
Donald Trump sta affrontando la transizione alla presidenza con lo stile che lo ha sempre caratterizzato: decisioni rapide, una forte attenzione alla fedeltà personale e poco spazio per le critiche, anche quelle provenienti dal suo stesso partito. Le sue nomine per i ruoli chiave dell’amministrazione riflettono una strategia chiara: consolidare il controllo sulle istituzioni con alleati di lunga data, anche se ciò significa attirare polemiche o forzare la mano su candidature controverse. Tra rinunce improvvise e rimpiazzi altrettanto fulminei, Trump sembra più concentrato sul circondarsi di fedelissimi che sulla ricerca di figure in grado di costruire consenso bipartisan o di evitare divisioni interne. Una strategia che potrebbe rivelarsi vincente per mantenere la coesione del suo blocco politico, ma che rischia di acuire ulteriormente le tensioni già presenti nel panorama politico americano.
Insomma, è Trump che fa Trump. Iniziamo!
Il caso di Donald Trump rimane uno dei più intriganti e, in molti sensi, paradossali della politica americana del nuovo millennio. È sulla scena da quasi un decennio, ha affrontato tre campagne presidenziali, ed è stato oggetto di infinite analisi e dibattiti. Eppure, eccoci ancora qui a interrogarci sul perché piaccia così tanto, su cosa rappresenti davvero il suo consenso, e se ci sia un metodo dietro la sua apparente follia. Ci sono pochi leader di cui si parla tanto, ancora meno che sembrano sfuggire così costantemente alla comprensione.

La domanda che ci facciamo è sempre quella: Trump è incredibilmente fortunato o straordinariamente astuto? Quando sbraita in un confronto televisivo, quando balla durante i comizi, o quando pubblica insulti sui social alle tre del mattino, c’è dietro una strategia o è semplicemente Trump che fa Trump? Istinto o calcolo? Quanto ci è, e quanto ci fa?

Questa ambiguità è diventata parte del suo fascino e della sua forza. Ha raggiunto quello stato in cui, qualsiasi cosa accada, qualcuno troverà il modo di dire che in realtà è un vantaggio per lui. Le incriminazioni? Lo rafforzano: si fa passare per perseguitato, raccoglie milioni di dollari in donazioni, motiva i suoi sostenitori. Un’assoluzione? Beh, ovviamente lo rafforza. Persino una condanna sarebbe un’occasione per lui di accrescere il mito del martire. Insomma, se ne parli o lo ignori, sembra sempre che il gioco lo vinca lui.

Non è così semplice, ovviamente. Ma questa descrizione si è riproposta anche con le prime mosse della sua nuova amministrazione, in particolare con le nomine. Trump si è mosso a una velocità impressionante nel riempire le caselle del governo, ma le scelte sollevano parecchie perplessità. Parliamo di nomine come quella di un no-vax al Dipartimento della Salute, di una filorussa all’Intelligence, di un ex militare noto per posizioni misogine alla Difesa, e di Matt Gaetz al ministero della Giustizia, un uomo con un curriculum che definire imbarazzante è poco.

Gaetz, in particolare, è stato uno shock. Se dovessimo descriverlo, pensate al troll più provocatorio che avete mai incontrato online e moltiplicatelo per dieci. A questo aggiungete accuse di abusi sessuali su minori, tratta di persone, uso di droghe e altri scandali assortiti, e avrete un’idea del personaggio. Certo, Trump ha molti fedelissimi con idee simili alle sue che avrebbero potuto ricoprire quel ruolo senza attirare tanto disprezzo. Quindi perché scegliere Gaetz? È un piano ben preciso o ancora una volta Trump che fa Trump?

L'idea che si era fatta largo era che Gaetz fosse una sorta di esca, che Trump lo avesse nominato sapendo che il Senato lo avrebbe bocciato, ma con l’intenzione di sacrificare un pezzo per salvare gli altri. Il ragionamento era che i senatori Repubblicani, rifiutando Gaetz, avrebbero dimostrato indipendenza e, nel frattempo, approvato senza troppa resistenza nomine ugualmente controverse ma meno chiassose. Un piano da giocatore di scacchi esperto, insomma.

Ma poi sono arrivate altre nomine, una più improbabile dell’altra: un negazionista climatico all’Energia, un’ex dirigente del wrestling all’Istruzione, l'anchorman con accuse sessuali e così via. A quel punto l’ipotesi del “sacrificio strategico” ha iniziato a scricchiolare. Troppi nomi controversi per pensare che fosse tutto calcolato.
Un’altra possibilità, più incline al personaggio, è che Trump stesse mandando un messaggio di forza. Costringere il Senato a ratificare una figura così problematica come Gaetz avrebbe mostrato chi comanda davvero. Sarebbe stato un segnale non solo al Congresso ma al paese: “io decido, e voi obbedite”. Ma anche questa spiegazione ha perso forza quando nemmeno Trump è riuscito a convincere i senatori Repubblicani più scettici. Ha provato, ha telefonato, ma alla fine ha dovuto ritirare la nomina.

E così la vicenda Gaetz si è conclusa con un passo indietro: il primo grande smacco politico della sua nuova amministrazione. Se c’era un piano, è fallito. E se non c’era, abbiamo semplicemente assistito al consueto modus operandi di Trump che fa Trump.

E questo, forse, è il vero punto. Trump non governa con la coerenza o la prevedibilità di un normale politico. Il caos è una parte strutturale della sua leadership. Le nomine lanciate e ritirate, i licenziamenti via social, le fughe di notizie, i cambi di rotta improvvisi: tutto questo continuerà a essere la cifra del suo governo. Spesso, dietro le sue mosse non c’è un piano. O, se c’è, non è sempre vincente o comprensibile. Ma in un panorama così imprevedibile, è difficile dire quando questo lo penalizzerà davvero.
MATT GAETZ HA RITIRATO LA CANDIDATURA A PROCURATORE GENERALE
Matt Gaetz ha orchestrato la rimozione di Kevin McCarthy da speaker della Camera
L’annuncio di Matt Gaetz, ex deputato della Florida, di rinunciare alla carica di Procuratore Generale degli Stati Uniti è stato uno di quei momenti che raccontano molto sia su di lui che sulla politica americana polarizzata. Gaetz, scelto da Donald Trump per ricoprire un ruolo che è centrale nel governo americano, ha deciso di farsi da parte ufficialmente per non diventare una “distrazione” durante la transizione presidenziale. Ma è evidente che dietro questa decisione ci sono dinamiche molto più complesse.

Partiamo dal contesto. Il procuratore generale negli Stati Uniti non è solo l’equivalente del nostro ministro della Giustizia, ma ha poteri ben più ampi: può avviare direttamente indagini e azioni giudiziarie, influenzando profondamente l’amministrazione della giustizia nel paese. Per Trump, nominare Gaetz avrebbe significato avere un alleato fedelissimo e ideologicamente allineato a guidare uno degli incarichi più strategici. Ma questa scelta, già di per sé controversa, si è scontrata fin da subito con un muro di critiche.

Anche tra i Repubblicani, il nome di Gaetz ha creato non pochi malumori. Nonostante il partito controlli 53 seggi al Senato (l’organo che approva formalmente le nomine presidenziali), la sua conferma non era affatto scontata. Diversi senatori del GOP erano pronti a votare contro, preoccupati dal bagaglio di scandali che Gaetz si porta dietro. Tra accuse di cattiva condotta sessuale, uso di droghe e doni illeciti, la sua reputazione era già compromessa da anni.

Uno dei nodi centrali è stato il rapporto del comitato etico della Camera, che (forse) stava per essere pubblicato. Questo documento avrebbe fatto luce sulle accuse mosse contro Gaetz durante il suo mandato da deputato, molte delle quali si erano congelate con le sue dimissioni quando il presidente eletto lo aveva nominato alla Giustizia. I Democratici spingevano per rendere pubblico il rapporto, mentre i Repubblicani cercavano di bloccarne la diffusione. Sebbene non siano emersi dettagli precisi, è facile immaginare che il contenuto di quel rapporto fosse abbastanza problematico da spingere Gaetz a fare un passo indietro.

Un altro capitolo scottante riguarda l’indagine federale che ha coinvolto Gaetz tra il 2021 e il 2023. Il dipartimento di Giustizia – ironicamente lo stesso che avrebbe dovuto dirigere – aveva aperto un’inchiesta per presunta tratta di minori a scopo sessuale. Gaetz ha sempre negato ogni addebito e, alla fine, l’indagine si è conclusa senza accuse formali. Tuttavia, l’ombra di queste accuse ha continuato a seguirlo, alimentando il suo personaggio di politico ribelle che si scaglia contro il “deep state” e denuncia un sistema giudiziario politicizzato.

Ma non finisce qui. Gaetz ha guadagnato ulteriori attenzioni l’anno scorso quando, insieme a un piccolo gruppo di Repubblicani radicali, ha orchestrato la rimozione di Kevin McCarthy da speaker della Camera (foto). È stato un momento di altissima tensione per il partito: McCarthy, figura storica del GOP, era accusato da Gaetz e dai suoi alleati di essere troppo conciliante con i Democratici, soprattutto durante i negoziati per evitare lo shutdown del governo federale. La mossa ha lasciato il partito in un limbo per settimane - almeno fino alla nomina di Mike Johnson come nuovo speaker - con profonde divisioni interne che hanno indebolito la loro coesione politica.

Questi episodi spiegano perché Gaetz fosse visto con sospetto anche dai suoi stessi compagni di partito. Max Miller, deputato Repubblicano dell’Ohio, aveva riassunto il clima attorno alla sua nomina con una battuta al vetriolo: «Gaetz ha più possibilità di andare a cena con la regina Elisabetta II che di essere confermato dal Senato» – un commento ironico, considerando che Elisabetta è morta nel 2022.

Di fatto, la decisione di Gaetz di farsi da parte non sorprende. La sua figura è troppo dissociata e il suo passato troppo ingombrante per un ruolo così delicato. Per Trump, restava il problema di trovare un sostituto che coniugasse lealtà e accettabilità politica, un equilibrio sempre più difficile da mantenere in un partito spaccato tra tradizione e populismo radicale. E per Gaetz, questa rinuncia segna un’altra tappa nella traiettoria di un politico abituato a vivere tra le polemiche, ma che questa volta potrebbe aver raggiunto il limite della sua ambizione — e della sopportazione degli altri.
CONFERME DIFFICILI AL SENATO
Donald Trump sta assemblando un esecutivo che definire atipico sarebbe un eufemismo. Molti dei suoi candidati non solo sfidano le convenzioni, ma rischiano anche di mettere a dura prova la pazienza dei senatori repubblicani, i cui voti saranno essenziali per confermarli. Alcune delle sue scelte più controverse potrebbero persino spingerlo a tentare vie alternative per bypassare il processo di conferma del Senato, una mossa già considerata nelle scorse settimane.

Ecco una panoramica sui candidati che potrebbero incontrare più difficoltà, ordinati in base alla probabilità di superare lo scrutinio, da “possibile” a “difficile”.
Robert F. Kennedy Jr. – Segretario alla Salute e ai Servizi Umani
Robert F. Kennedy Jr.
Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) ha un budget imponente e gestisce programmi di assicurazione sanitaria, risposte a crisi sanitarie e regolamentazioni su temi sensibili come i farmaci abortivi.
Robert Kennedy Jr., una figura tanto nota quanto controversa, ha ammesso di avere una vita personale turbolenta: “Ho così tanti scheletri nell’armadio che se tutti votassero, potrei diventare re del mondo”. E quegli “scheletri” non sono pochi. Tra accuse di relazioni extraconiugali e un passato segnato da dichiarazioni discutibili, Kennedy non è certo un candidato senza macchia.

Le accuse di aggressione sessuale e il suo controverso rapporto con la scienza – in particolare le sue posizioni cospirazioniste sui vaccini – sono le criticità più evidenti. Kennedy è noto per aver promosso teorie infondate sulla pandemia di Covid-19 - ha persino ventilato l’idea che la pandemia fosse pianificata - e per essere un fervente critico dei vaccini, una posizione che rischia di alienare molti senatori repubblicani. Inoltre, il suo sostegno al diritto all’aborto e la proposta di congelare per otto anni la ricerca sulle malattie infettive e lo sviluppo di farmaci al National Institutes of Health potrebbero essere visti come posizioni inaccettabili per un partito conservatore.

La sua nomina sarà una prova per i repubblicani: confermeranno un personaggio polarizzante e privo di competenze scientifiche per guidare il sistema sanitario nazionale?
Pete Hegseth – Segretario alla Difesa
Pete Hegseth
Il Segretario alla Difesa è il vertice del Dipartimento della Difesa, supervisore delle forze armate e della burocrazia del Pentagono, riferendo direttamente al presidente.
Pete Hegseth è stato una delle prime sorprese di Trump. Veterano decorato e volto noto di Fox News, Hegseth sembra incarnare il profilo del fedelissimo trumpiano: leale, carismatico e disposto a difendere la visione del presidente a ogni costo. Tuttavia, la sua candidatura solleva una lunga lista di interrogativi.

Prima di tutto, l’esperienza. Guidare il Pentagono richiede competenze strategiche e amministrative di alto livello per supervisionare milioni di persone e gestire decisioni cruciali per la sicurezza nazionale, e Hegseth non ha mai ricoperto ruoli paragonabili per portata e complessità. Questo potrebbe sollevare seri dubbi sulla sua capacità di gestire una struttura mastodontica e questioni critiche di sicurezza nazionale.

Ma a preoccupare ancora di più sono gli aspetti personali. Hegseth ha affrontato accuse di aggressione sessuale – anche se mai formalizzate – e ha un passato segnato da relazioni extraconiugali e una vita privata caotica. L’insieme di questi elementi potrebbe rendere la sua conferma un processo particolarmente complicato, soprattutto per i senatori che si aspettano un comportamento irreprensibile dai membri del gabinetto.
Tulsi Gabbard – Direttore dell’Intelligence Nazionale
Tulsi Gabbard
Il Direttore dell’Intelligence Nazionale coordina le agenzie d’intelligence del Paese e consiglia il presidente su temi di sicurezza.
Tulsi Gabbard, ex deputata democratica delle Hawaii, è un’altra scelta insolita. Gabbard ha attirato critiche sia per i suoi rapporti ambigui con regimi autoritari sia per dichiarazioni che riecheggiano la propaganda di governi come quello russo.

La sua visita al presidente siriano Bashar al-Assad nel 2017, ad esempio, è stata vista con sospetto, dato il ruolo del regime siriano nei crimini di guerra. In più, i suoi commenti favorevoli alle ragioni dichiarate da Vladimir Putin per l’invasione dell’Ucraina non sono stati dimenticati.

Il ruolo di direttore dell’intelligence nazionale, creato dopo l’11 settembre, è uno dei più sensibili nel governo americano. Gabbard dovrà supervisionare l’intero apparato dell’intelligence, e le sue posizioni su Russia e Siria potrebbero far sorgere dubbi sulla sua capacità di identificare chiaramente le minacce alla sicurezza nazionale.
IL FILO CHE LI LEGA A TRUMP
Pam Bondi
Il procuratore generale guida il Dipartimento di Giustizia, che include agenzie investigative come l’FBI e agenzie specializzate come la DEA e il Bureau of Prisons.
Pam Bondi è il nuovo nome che Donald Trump ha messo sul tavolo per sostituire Matt Gaetz come procuratrice generale. Avvocata di 59 anni, Bondi è un volto ben noto in Florida e, in certi ambienti, anche a livello nazionale. È stata procuratrice generale dello stato, ma soprattutto è ricordata per due episodi che legano il suo percorso a quello di Trump: nel 2013 decise di non portare avanti un’indagine sulla Trump University, l’ormai celebre schema truffaldino venduto come un programma educativo, e in seguito fece parte del team legale che ha difeso Trump in alcuni dei suoi procedimenti giudiziari. Un curriculum che sembra fatto apposta per garantirle una nomina senza troppi ostacoli al Senato.

Ma Bondi non è l’unica figura controversa che Trump ha deciso di portare nella sua nuova amministrazione. Tra le altre nomine spicca quella di Mehmet Oz, l’ex medico televisivo e candidato repubblicano al Senato in Pennsylvania, che perse malamente contro John Fetterman due anni fa. Oz sarà responsabile dei programmi Medicare e Medicaid, due pilastri del sistema sanitario pubblico americano che garantiscono assistenza rispettivamente agli anziani e alle persone più povere. Una scelta curiosa, se non altro perché la sua carriera mediatica e il suo passato politico non offrono molte garanzie in termini di competenza sanitaria o amministrativa.

Linda McMahon, già amministratrice della WWE – il gigante del wrestling –, è stata nominata ministra dell’Istruzione, un dicastero che Trump ha apertamente promesso di smantellare. In altre parole, McMahon potrebbe guidare un’istituzione con l’obiettivo di farla sparire. E poi c’è Scott Turner, lo speaker motivazionale ed ex giocatore di football incaricato dell’agenzia per la Casa, un’altra scelta che si inserisce nella logica di premiare fedeltà e notorietà piuttosto che esperienza specifica.

Quello che emerge da queste nomine non è solo una linea di continuità rispetto alle scelte passate di Trump, ma un modello che sembra persino accentuato. Il filo conduttore che lega Bondi a Oz, McMahon a Pete Hegseth è la loro totale dipendenza politica da Trump. Non hanno un passato radicato nel Partito Repubblicano, non vantano reti di alleanze solide né una carriera istituzionale da preservare. Per molti di loro, la fedeltà al presidente è l’unico motivo per cui siedono al tavolo delle nomine.

Questa dinamica rende queste figure isolabili, plasmabili e, soprattutto, totalmente vincolate alla figura di Trump. Non c’è un piano B per loro: la loro carriera politica è nata e rischia di morire con lui. Questo, agli occhi di Trump, è un vantaggio non da poco, perché elimina alla radice il rischio di tradimenti o di prese di distanza che hanno segnato la sua prima amministrazione.

Non mancano però casi in cui Trump punta su figure con un interesse personale, quasi corporativo, nei settori di cui saranno responsabili. Il Tesoro sarà gestito dal proprietario di un importante fondo d’investimento, il Commercio finirà nelle mani di un altro esponente della finanza, e il Dipartimento dell’Energia sarà guidato da un imprenditore del gas naturale. Qui la logica sembra chiara: mettere nei posti di comando persone che non solo condividono la sua visione, ma che hanno un tornaconto diretto nel portarla avanti.

In questo mosaico di nomine si intravede il disegno di un’amministrazione ancora più radicale e imprevedibile della prima. Se da un lato la fedeltà assoluta è il collante principale, dall’altro l’impreparazione – o la scarsa esperienza istituzionale – sembra quasi un requisito, una garanzia che nessuno dei nuovi nomi possa opporsi alle direttive del presidente. Trump sta costruendo un governo fatto su misura per portare avanti la sua agenda senza ostacoli interni, dove l’assenza di legami con il sistema politico tradizionale è più una virtù che un limite.
COSE DA SAPERE
- Il fondo Andreessen Horowitz ha sposato l’accelerazionismo tecnologico e vede nello sviluppo senza limiti delle intelligenze artificiali la chiave per il futuro. Appoggiando Donald Trump, hanno potenziato il legame tra il mondo tech e il Partito Repubblicano. È una visione pragmatica e geopolitica: vincere la corsa alle IA contro la Cina è cruciale per mantenere il primato statunitense. Ma questa alleanza solleva interrogativi su deregolamentazione, etica e caos politico.

- Durante il primo mandato di Trump, l’amministrazione era caratterizzata da tre gruppi distinti ma solo uno era formato dai suoi seguaci. Oggi questa dinamica si è intensificata. Le ultime nomine rivelano un cambiamento radicale, la lealtà personale e ideologica prevalgono e l’unico requisito fondamentale è appartenere alla nuova setta.

- Biden ha dato il via libera per il lancio dei missili a lungo raggio ATACMS in territorio russo. Ma la popolazione ucraina è esausta dai bombardamenti, mentre Zelensky adatta una nuova strategia: non si parla più di un “piano per la vittoria”, ma di un “piano di resilienza”. Con Trump di nuovo alla Casa Bianca, crescono i dubbi sul futuro degli aiuti e sull’approccio necessario per contrastare Putin in una guerra sempre più logorante. L'Ucraina è sfinita.
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