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Linea di faglia
Questa è LINEA DI FAGLIA, la newsletter di giacomolagona.it.
Politica internazionale, crisi globali, scontri di potere. Dove il mondo scricchiola, qui lo raccontiamo.

Buongiorno reader,

Oggi è mercoledΓ¬ 31 Dicembre e queste sono le faglie del 2025.

Innanzitutto una novità: da oggi la newsletter “Daily Briefing” diventa “Linea di faglia”. Nuovo nome, nuovo logo, nuovo restyling. Stessa sostanza ma più coerente con quello che scrivo: politica internazionale, crisi globali, scontri di potere. Dove il mondo scricchiola, qui lo raccontiamo.

Seconda novità: la newsletter si è trasferita su Substack, corposa e dettagliata come sempre ma con post più specifici e originali. π™‡π™žπ™£π™šπ™– π™™π™ž π™›π™–π™œπ™‘π™žπ™– è il prolungamento naturale de “𝙄𝙑 π™™π™šπ™˜π™šπ™£π™£π™žπ™€ π™˜π™π™š 𝙝𝙖 𝙧𝙀𝙩𝙩𝙀 π™žπ™‘ 𝙒𝙀𝙣𝙙𝙀”, il mio nuovo libro che trovate su Amazon. Se vi interessa la geopolitica poco mainstream, ci vediamo ogni martedì. Abbonarsi è gratuito.

Fine delle novità.
Partiamo!
Ci avevano detto che il 2025 sarebbe stato l'anno della stabilizzazione. Lo dicevano gli analisti, lo speravano i mercati, ne parlavano i diplomatici nei corridoi delle cancellerie. E invece eccoci qui, a fine dicembre, a contare le crepe. Alcune le avevamo viste arrivare, altre ci hanno colto di sorpresa. Tutte insieme raccontano un anno in cui l'ordine internazionale ha continuato a sgretolarsi, pezzo dopo pezzo, senza che nessuno riuscisse a fermarlo.

Questa è la newsletter più lunga che abbia mai scritto. L'avevo promessa, e le promesse si mantengono. Ripercorriamo insieme le faglie del 2025, una per una, dal prologo di dicembre 2024 fino agli ultimi scricchiolii di questi giorni. Non è un riassunto: è un viaggio. Mettetevi comodi.

PROLOGO: LA SIRIA CROLLA IN UNDICI GIORNI

Dicembre 2024
Per capire il 2025 bisogna partire da qualche settimana prima. L'8 dicembre 2024, mentre l'Occidente si preparava al Natale, Bashar al-Assad fuggiva da Damasco su un aereo diretto a Mosca. In undici giorni – undici – un regime che sembrava indistruttibile era crollato come un castello di carte.
L'offensiva era partita il 27 novembre dalla provincia di Idlib. Hay'at Tahrir al-Sham, il gruppo jihadista guidato da Ahmed al-Sharaa (l'ex al-Jolani di Al Qaeda), aveva lanciato l'operazione “Deterrence of Aggression” aspettandosi, come tutti, settimane di combattimenti. Invece Aleppo cadde in tre giorni. Hama in cinque. Homs non oppose resistenza. L'esercito siriano si dissolse come nebbia al sole, e i due alleati che per anni avevano tenuto in piedi Assad, Russia e Iran, non mossero un dito.
Putin era troppo impegnato in Ucraina. Teheran, dopo mesi di scontri con Israele e la devastazione di Hezbollah, non aveva più uomini né risorse da mandare. Assad si ritrovò solo, tradito dalla storia e dalla geografia. Mezzo secolo di dominio della famiglia Assad finiva non con un'esplosione, ma con un sibilo.
La caduta della Siria non era solo la fine di un regime. Era il segnale che l'architettura del Medio Oriente costruita dopo la Primavera Araba stava cedendo. L'Iran perdeva il suo corridoio terrestre verso il Mediterraneo. La Russia perdeva l'unica base navale fuori dai confini ex-sovietici. La Turchia, invece, festeggiava: Erdogan aveva vinto senza toccare un'arma.
Quando il 2025 è iniziato, la Siria era già un altro paese. E il mondo, senza accorgersene, era già cambiato.

GENNAIO. IL TERREMOTO DEEPSEEK

Il nuovo anno si apre con uno shock che nessuno aveva previsto. Non venne dai palazzi del potere, ma da un laboratorio di Hangzhou. Il 20 gennaio, una startup cinese chiamata DeepSeek pubblicò un modello di intelligenza artificiale che, secondo i benchmark, eguagliava o superava ChatGPT di OpenAI. La notizia, di per sé, sarebbe stata rilevante. Il dettaglio che la rese esplosiva era un altro: DeepSeek-R1 era costato 5,6 milioni di dollari per l'addestramento. Un cinquantesimo rispetto ai concorrenti americani.
Wall Street reagì nel modo in cui Wall Street reagisce sempre: con il panico. In un solo giorno, Nvidia perse il 17% del suo valore (l'equivalente dell'intero PIL del Messico evaporato in poche ore). Il Nasdaq crollò. Gli investitori, che avevano scommesso miliardi sulla superiorità tecnologica americana, si ritrovarono a chiedersi se avessero sbagliato tutto.
DeepSeek aveva fatto qualcosa che sembrava impossibile: aggirare le sanzioni americane sui chip, trasformare la scarsità in innovazione, dimostrare che la Cina non era "anni indietro" come tutti ripetevano. Era arrivata. E forse, su alcuni fronti, era già avanti.
Per Washington fu un risveglio brutale. Le restrizioni sui semiconduttori, pensate per rallentare Pechino, non solo non avevano funzionato, avevano spinto i cinesi a trovare strade alternative, più efficienti, più economiche. La “Lunga Marcia” tecnologica della Cina – quella di Huawei, di BYD, di ByteDance – aveva un nuovo campione.
In Italia, il Garante della Privacy chiese informazioni. DeepSeek non rispose. L'app sparì dagli store. Ma ormai il messaggio era arrivato: la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina era entrata in una fase nuova, e non era affatto chiaro chi la stesse vincendo.
Gennaio però è anche la pubblicazione del mio primo libro, “Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca”, che tante soddisfazioni mi ha dato, grazie soprattutto a voi.
Il nuovo anno si apre con uno shock che nessuno aveva previsto. Non venne dai palazzi del potere, ma da un laboratorio di Hangzhou. Il 20 gennaio, una startup cinese chiamata DeepSeek pubblicò un modello di intelligenza artificiale che, secondo i benchmark, eguagliava o superava ChatGPT di OpenAI. La notizia, di per sé, sarebbe stata rilevante. Il dettaglio che la rese esplosiva era un altro: DeepSeek-R1 era costato 5,6 milioni di dollari per l'addestramento. Un cinquantesimo rispetto ai concorrenti americani.
Wall Street reagì nel modo in cui Wall Street reagisce sempre: con il panico. In un solo giorno, Nvidia perse il 17% del suo valore (l'equivalente dell'intero PIL del Messico evaporato in poche ore). Il Nasdaq crollò. Gli investitori, che avevano scommesso miliardi sulla superiorità tecnologica americana, si ritrovarono a chiedersi se avessero sbagliato tutto.
DeepSeek aveva fatto qualcosa che sembrava impossibile: aggirare le sanzioni americane sui chip, trasformare la scarsità in innovazione, dimostrare che la Cina non era "anni indietro" come tutti ripetevano. Era arrivata. E forse, su alcuni fronti, era già avanti.
Per Washington fu un risveglio brutale. Le restrizioni sui semiconduttori, pensate per rallentare Pechino, non solo non avevano funzionato, avevano spinto i cinesi a trovare strade alternative, più efficienti, più economiche. La “Lunga Marcia” tecnologica della Cina – quella di Huawei, di BYD, di ByteDance – aveva un nuovo campione.
In Italia, il Garante della Privacy chiese informazioni. DeepSeek non rispose. L'app sparì dagli store. Ma ormai il messaggio era arrivato: la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina era entrata in una fase nuova, e non era affatto chiaro chi la stesse vincendo.
Gennaio però è anche la pubblicazione del mio primo libro, “Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca”, che tante soddisfazioni mi ha dato, grazie soprattutto a voi.

A FEBBRAIO IL SISTEMA È NEL CAOS


Mentre DeepSeek scuoteva i mercati, a Washington si insediava il secondo mandato di Donald Trump. E chi sperava in una presidenza più misurata, ammorbidita dall'esperienza, dovette ricredersi in fretta.
Trump tornò alla Casa Bianca con un programma chiaro: smantellare tutto ciò che era stato costruito prima di lui. L'ordine liberale internazionale, le istituzioni federali, le alleanze storiche: tutto andava rifondato secondo la logica dell'America First. Non era più uno slogan, ma un metodo di governo.
I primi cento giorni furono un tornado. Ordini esecutivi a raffica, epurazioni nelle agenzie federali, scontri con i giudici, attacchi frontali ai media. Il DOGE di Elon Musk prometteva tagli draconiani alla spesa pubblica. Il Dipartimento di Stato veniva svuotato. La macchina amministrativa americana, già provata, iniziava a scricchiolare.
Ma il vero segnale arrivò dalla politica estera. Trump aveva promesso di chiudere la guerra in Ucraina “in ventiquattr'ore”. Non ci riuscì, ovviamente, ma il messaggio a Kiev e all'Europa arrivò forte e chiaro: arrangiatevi. L'America non avrebbe più fatto da garante a oltranza. Chi voleva la protezione americana doveva pagarla in contanti, in concessioni, in sudditanza.
Per l'Europa fu l'inizio di un anno di vertigini. Le certezze su cui aveva costruito settant'anni di politica estera si dissolvevano una dopo l'altra. E la domanda che nessuno voleva porsi diventava inevitabile: cosa siamo, senza l'America?

IN EUROPA L'OMBRELLO MANCA A MARZO

La risposta arrivò a marzo, e non fu rassicurante. Trump aveva infranto l'illusione di un'alleanza transatlantica garantita, e l'Europa si ritrovò a fare i conti con la propria fragilità.
I numeri parlavano chiaro. La spesa militare europea era ancora lontana dagli obiettivi NATO. La base industriale della difesa era frammentata, inefficiente, dipendente da fornitori esterni. La capacità di proiezione autonoma – quella che avrebbe permesso di agire senza Washington – esisteva solo sulla carta. Decenni di pace garantita dagli americani avevano prodotto un continente ricco ma disarmato, prospero ma vulnerabile.
Trump non si limitava a chiedere più soldi per la difesa. Metteva in discussione l'idea stessa che l'America dovesse difendere l'Europa. Perché dovremmo morire per Riga?, sembrava chiedere. E nessuno, a Bruxelles, aveva una risposta convincente.
Nel frattempo, a fine marzo, esplose lo scandalo che avrebbe segnato l'amministrazione Trump: il Signalgate. Un giornalista di The Atlantic venne aggiunto per errore a una chat di Signal dove i vertici della sicurezza nazionale – il consigliere per la sicurezza, il segretario alla Difesa, il direttore della CIA – discutevano piani operativi per un attacco in Yemen. Nomi in codice, orari, obiettivi: tutto in chiaro, su un'app commerciale, senza alcuna protezione.
La Casa Bianca minimizzò. Trump disse che non era successo nulla di grave. Ma per chiunque si occupasse di intelligence, il messaggio era che l'amministrazione americana aveva trasformato la sicurezza nazionale in un dettaglio fastidioso. Non serviva più spiare gli americani. Bastava aspettare che si tradissero da soli.
Lo stesso mese, mentre Washington affondava nell'imbarazzo, due paesi alleati degli Stati Uniti mostravano crepe profonde. In Israele, Netanyahu faceva arrestare l'ex capo del Mossad e delegittimava la Corte Suprema. In Turchia, Erdogan incarcerava il sindaco di Istanbul, il suo principale rivale. Due democrazie – o presunte tali – che scivolavano verso l'autocrazia, sotto gli occhi di un'America troppo distratta per intervenire.

GLI ARSENALI VUOTI E LA MORTE DI FRANCESCO

Aprile portò due scosse di natura diversa, ma ugualmente profonde.
La prima riguardava la potenza militare americana, o meglio ciò che ne restava. Un rapporto del Pentagono, trapelato alla stampa, rivelava uno scenario allarmante: arsenali svuotati, cantieri navali ridotti all'osso, carenza cronica di munizioni, impianti produttivi obsoleti. Gli Stati Uniti, semplicemente, non erano più in grado di sostenere un conflitto ad alta intensità contro un avversario alla pari.
Elbridge Colby, il nuovo sottosegretario alla Difesa nominato da Trump, riassunse la situazione con una frase che fece il giro del mondo: “Se qualcuno chiama il bluff, è la catastrofe”. L'America era ancora la prima potenza militare del pianeta, ma il vantaggio si stava assottigliando. E tutti – a Pechino, a Mosca, a Teheran – lo sapevano.
Nel frattempo, Trump rilanciava la guerra commerciale con la Cina. Le tariffe sulle importazioni cinesi superarono il 140%, in un'escalation che sembrava non avere fine. Pechino rispose colpo su colpo, e ad aprile giocò la carta più pesante: bloccò l'export di terre rare verso gli Stati Uniti. Era la prima volta che la Cina usava quell'arma – i materiali senza cui non si costruiscono smartphone, auto elettriche, missili – in modo così diretto. Washington si trovò con le spalle al muro.
Ma la notizia che scosse davvero il mondo arrivò il 21 aprile, lunedì di Pasqua. Papa Francesco morì nella sua residenza a Santa Marta, a 88 anni. Il primo Papa latinoamericano, il Papa che aveva ridisegnato la geografia della Chiesa, se ne andava lasciando un vuoto enorme.
I funerali, il 26 aprile, riunirono a Roma 250.000 persone e 170 delegazioni internazionali. Il feretro attraversò la città su una papamobile riadattata, da San Pietro a Santa Maria Maggiore, dove Bergoglio aveva chiesto di essere sepolto fuori dal Vaticano, in rottura con la tradizione. Anche nella morte, Francesco restava il Papa delle periferie, quello che aveva scelto di stare lontano dal potere.
Il suo pontificato aveva cambiato la Chiesa: più globale, più aperta al Sud del mondo, più critica verso l'Occidente. Il prossimo Papa – chiunque fosse – avrebbe ereditato una Chiesa diversa, e un mondo in frantumi.

MAGGIO RESE TUTTO INDICIBILE

Maggio si aprì con il Congresso americano in fermento. Dopo settimane di trattative, la Camera approvò il “One Big Beautiful Bill Act”: il nome, scelto da Trump, diceva già tutto. Una mega-legge finanziaria che tagliava tasse, aumentava la spesa militare, riduceva i programmi sociali e prometteva di far esplodere il deficit. I democratici gridarono allo scandalo. I repubblicani festeggiarono. Il Senato si preparò a una battaglia feroce.
Ma la vera faglia di maggio non riguardava i bilanci. Riguardava Gaza.
A più di un anno dall'inizio dell'offensiva israeliana, la situazione nella Striscia aveva superato ogni limite. Le vittime palestinesi si contavano in decine di migliaia. Gli sfollati erano centinaia di migliaia. Le infrastrutture sanitarie non esistevano più. E il governo Netanyahu, anziché fermarsi, parlava apertamente di “svuotare” il territorio.
L'Occidente continuava a parlare di "sostegno a Israele" come se nulla fosse cambiato, come se fosse ancora possibile separare la difesa di uno Stato democratico da ciò che quello Stato stava facendo. Ma i valori che l'Occidente diceva di difendere – diritti umani, diritto internazionale, protezione dei civili – sembravano ormai svuotati, ridotti a giustificazione per l'indicibile. Ridotti a giustificare un genocidio.
La domanda restava sospesa, e nessuno voleva rispondere: fino a quando avremmo continuato a chiamare democrazia un governo che dichiarava apertamente di voler svuotare una terra dalla sua gente?

A GIUGNO È IN MISSIONE PER CONTO DI DIO

Da quel giorno a Butler, quando un proiettile aveva sfiorato l'orecchio di Donald Trump durante un comizio, qualcosa era cambiato. Non nel programma politico e nemmeno nelle alleanze, ma nel tono. Trump aveva iniziato a presentarsi come un uomo scelto da Dio per una missione.
La retorica religiosa, sempre presente nel trumpismo, si era fatta più esplicita, più insistente. I comizi assomigliavano a funzioni evangeliche. I sostenitori parlavano di “miracolo”. E Trump stesso, con quell'istinto teatrale che lo aveva sempre contraddistinto, alimentava la narrazione: era sopravvissuto per un motivo, aveva uno scopo, era destinato a salvare l'America.
Il confine tra politica e fede si faceva sempre più sottile. E chi osservava dall'esterno – dall'Europa secolarizzata, dalle élite liberal delle coste americane – non sapeva se ridere o preoccuparsi. Ma nel cuore dell'America profonda, quella narrazione funzionava. Trump non era più solo un presidente: era un profeta.

IN ESTATE LE CREPE SI ALLARGANO

L'estate portò una serie di scosse che, prese singolarmente, sembravano minori, ma insieme disegnavano un quadro inquietante.
Ad agosto, un'inchiesta sul gerrymandering rivelò fino a che punto la democrazia americana fosse stata manipolata. Le mappe elettorali, ridisegnate scientificamente per garantire vittorie a tavolino, trasformavano il voto in una formalità. In alcuni Stati, il risultato era deciso prima ancora che le urne aprissero. La lotta politica non si giocava più nelle cabine elettorali, ma negli uffici dove si tracciavano i confini dei collegi.
A settembre, Palantir – l'azienda di Peter Thiel che prometteva di prevedere i comportamenti umani attraverso i big data – raggiunse una capitalizzazione record in borsa. Il suo software, già usato da eserciti e servizi segreti di mezzo mondo, incarnava il sogno (o l'incubo) della sorveglianza predittiva: un mondo in cui ogni traccia digitale diventava accessibile, analizzabile, utilizzabile. La promessa di sicurezza si scontrava con il prezzo pagato in privacy e libertà. Ma a Wall Street nessuno sembrava preoccuparsene.
Settembre fu anche il mese dell'assassinio di Charlie Kirk e, come sappiamo, di una serie di scossoni politici che Trump cavalcò oltre ogni limite umano.
Lo stesso mese, la Cina inviò un messaggio al mondo. La parata del 3 settembre, che coincide con l'anniversario della vittoria sul Giappone, fu uno spettacolo di forza militare senza precedenti. Xi Jinping, circondato dai leader dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, mostrava missili ipersonici, droni d'attacco, la nuova portaerei. Il messaggio era chiaro: gli Stati Uniti avevano perso il monopolio della potenza. Il secolo americano stava finendo.
E mentre la Cina sfilava, in Africa si consumava un'altra crisi silenziosa. La diga GERD – la Grand Ethiopian Renaissance Dam, la più grande d'Africa – veniva finalmente inaugurata. Per l'Etiopia era il simbolo del riscatto: energia per milioni di persone, autonomia dal passato coloniale. Per l'Egitto era una minaccia esistenziale: il Nilo, da cui dipendeva il 97% delle risorse idriche egiziane, ora aveva un rubinetto controllato da Addis Abeba. La prossima guerra, dicevano gli analisti, non sarebbe stata per il petrolio. Sarebbe stata per l'acqua.

IL FACCIA A FACCIA ARRIVA IN AUTUNNO

Ottobre portò l'incontro che tutti aspettavano. Trump e Xi si videro a Busan, in Corea del Sud, a margine del vertice APEC. Le foto li mostravano sorridenti, le strette di mano erano cordiali. Ma dietro la diplomazia dei gesti si consumava un passaggio storico.
La guerra commerciale lanciata da Trump a febbraio e sfociata nel Liberation Day si era rivelata un boomerang. I dazi non avevano piegato la Cina: l'avevano spinta a usare le sue armi più efficaci. Il blocco delle terre rare aveva messo in ginocchio l'industria americana. E a Busan, Trump dovette cedere: ridusse le tariffe, sospese alcune restrizioni tecnologiche, accettò una tregua che somigliava molto a una resa.
Xi, da parte sua, si mostrò magnanimo. La Cina avrebbe ripreso gli acquisti di soia americana. Avrebbe rinviato il sistema di licenze sulle terre rare. Avrebbe collaborato sul fentanyl. Ma il messaggio sottostante era inequivocabile: Pechino poteva colpire quando voleva, e Washington non aveva difese.
Per la prima volta nella storia recente, gli Stati Uniti avevano negoziato con la Cina da una posizione di debolezza. E tutto il mondo se n'era accorto.

NOVEMBRE E IL PARADOSSO DELLE SANZIONI

Mentre Trump celebrava la tregua con Xi, in Europa emergeva un altro paradosso. Le sanzioni contro la Russia – quelle che dovevano strangolare l'economia di Putin – non stavano funzionando come previsto.
Il petrolio russo continuava a fluire verso i mercati mondiali, trasportato da una flotta ombra di petroliere che aggiravano ogni restrizione. I proventi finivano dritti nelle casse del Cremlino, finanziando la guerra in Ucraina. E l'Europa, che pure aveva imposto quelle sanzioni, spendeva cifre equivalenti per sostenere Kiev.
Era un cortocircuito perfetto: Bruxelles pagava per armare l'Ucraina, mentre Mosca incassava miliardi dal petrolio che l'Europa non riusciva a bloccare. Le rotte marittime restavano aperte, i controlli inefficaci, la volontà politica insufficiente. Putin, che tutti davano per spacciato, continuava a combattere. E l'Occidente, che si era illuso di vincere con le sanzioni, scopriva di aver sottovalutato il proprio avversario.
Nel frattempo, a New York vinceva Zohran Mamdani e i democratici di tutto il mondo si stavano affrettando a copiarne metodo, spot e campagna elettorale. Per l'ennesima sconfitta creativa.

A DICEMBRE ARRIVA IL NUOVO ORDINE E...

L'anno si chiude come era iniziato: con una scossa.
A metà dicembre, la Casa Bianca pubblicò la nuova National Security Strategy. Un documento che, in tempi normali, sarebbe passato inosservato. Ma questo non era un documento normale: era la certificazione ufficiale che l'America stava cambiando rotta.
La strategia abbandonava l'idea di alleanze permanenti. Niente più impegni automatici, niente più garanzie incondizionate. Ogni rapporto sarebbe stato negoziato caso per caso, subordinato agli interessi americani del momento. La NATO perdeva la sua funzione storica. L'Europa veniva descritta come “civiltà in declino”, travolta da immigrazione e burocrazia. La Cina non era più definita nemica. La Russia non era più avversaria.
Era la fine dell'ordine liberale internazionale costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Washington non voleva più guidare il mondo: voleva solo difendere sé stessa, con alleati mobili e interessi mutevoli.
Per l'Europa fu uno shock. Ma forse non avrebbe dovuto esserlo: i segnali c'erano tutti, da anni. L'America di Trump non era un'anomalia, era il futuro.
Negli stessi giorni, mentre le cancellerie europee digerivano il documento, la Chiesa cattolica americana entrava in rotta di collisione con la Casa Bianca. I vescovi, che per anni avevano sostenuto Trump sui temi etici, si ribellarono sulle deportazioni di massa. Il Vangelo, dissero, non prevede eccezioni. Le chiavi del Paradiso non seguono i sondaggi.
Era una crepa inattesa nel muro del consenso trumpiano. Una crepa piccola, forse, ma significativa: persino i suoi alleati più fedeli iniziavano a prendere le distanze.
Tra i due scossoni ho fatto una cosa che finora non avevo raccontato. A metà mese ho provato a raccontare la nuova Turchia: quella di Erdogan, del Mavi Vatan e della dottrina turca ormai in totale ascesa dal Mediterraneo all'Egeo fino alle liti con Stati Uniti e Unione Europea.
E mentre l'anno finiva, un ultimo segnale arrivava dall'Asia. La Cina – la fabbrica del mondo, il gigante che l'Occidente aveva sottovalutato – non si accontentava più di produrre. Voleva innovare, guidare, dominare. DeepSeek a gennaio era stato solo l'inizio. A dicembre, i dati parlavano chiaro: nella corsa all'intelligenza artificiale, nelle tecnologie verdi, nelle infrastrutture del futuro, Pechino non inseguiva più. Correva davanti.
Dicembre però non ha portato solo la Cina a staccare tutti: ha portato anche Il decennio che ha rotto il mondo, il mio nuovo libro. Spero nelle stesse soddisfazioni che mi ha dato Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, e ringrazio i molti di voi che lo hanno comprato, letto, mi hanno inviato feedback, e poi prestato ad amici e conoscenti – che a loro volta hanno fatto altrettanto. Grazie, non so nemmeno come esprimere la gratitudine per l'affetto che mi avete dimostrato. Mi auguro soltanto che Il decennio vi dia la stessa voglia di scrivermi le vostre impressioni e le vostre domande.

EPILOGO. DOVE HA SCRICCHIOLATO IL MONDO?

Eccoci alla fine di questo viaggio. Un anno di faglie, di crepe, di scosse. La Siria che crolla, l'America che si ritira, la Cina che avanza, l'Europa che barcolla. Gaza in fiamme, morto un Papa se n'è fatto un altro, l'intelligenza artificiale che cambia le regole del gioco.
Non sono stato esaustivo, ma nessuno potrebbe esserlo. Ho scelto le faglie che mi sembravano più significative, quelle che meglio raccontano dove sta andando il mondo. Altre ne ho tralasciate, per mancanza di spazio o di prospettiva. Credo comunque di aver scelto bene. Oppure male, vedete voi.
Una cosa, però, mi sembra chiara. Il 2025 non è stato l'anno della stabilizzazione. È stato l'anno in cui le crepe sono diventate visibili a tutti, in cui le illusioni si sono infrante una dopo l'altra, in cui il vecchio ordine ha iniziato a cedere senza che ne emergesse uno nuovo.
Dove va il mondo? Non lo so. Ma so dove ha scricchiolato quest'anno. E forse, per orientarci nel 2026, è già un buon punto di partenza.
Buon anno nuovo. Ci vediamo dall'altra parte.
Ho scritto un nuovo libro, si intitola “Il decennio che ha rotto il mondo” e racconta come la civiltà occidentale stia scivolando verso un baratro perfettamente leggibile. Su Amazon dal 19 dicembre.
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